Società quotate

Gli azionisti nelle assemblee societarie: proprietari, non disturbatori

La legge capitali ha dato la possibilità di convocare sempre assise a porte chiuse

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Se quando si paga il carburante c’è ancora una quota di accise per il finanziamento della crisi di Suez del 1956, non sembrerà strano che il legislatore continui a tenere le norme societarie soggette alle regole dell’emergenza Covid. Il decreto milleproroghe, come licenziato dal Parlamento, infatti estende all’anno in corso la possibilità di tenere le assemblee societarie a porte chiuse. Ovvero chi intende partecipare, deve farlo attraverso il rappresentante delegato scelto dal Cda.

La situazione attuale

La legge capitali in realtà ha dato già alle società la possibilità di fare questa scelta, ma occorre che intervenga una modifica dello statuto. Il Milleproroghe estende all’anno in corso la possibilità delle assise a porte chiuse, senza passare dalla modifica dello statuto. In realtà già molte società hanno già previsto ad adeguare le reogle interne per far svolgere le assemblee con questa modalità. Si tratta (come si vede dalla tabella allegata, elaborata da Assonime) di 109 società pari al 55% delle quotate nei vari segmenti della borsa. A scegliere questa possibilità sono soprattutto le società a proprietà concentrata. Quindi il tempo per introdurre questa modifica nello statuto c’è stato già.

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PORTE CHIUSE

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L’emergenza che perdura

Lo svolgimento attraverso il delegato ovviamente ingessa molto il momento assembleare, perché occorre presentare tutto, dalle osservazioni al voto, anticipatamente all’incaricato del Cda. L’argomentazione sulla base della quale questa scelta viene normalmente motivata è che gli investitori istituzionali hanno altri momenti di incontro con la società per far presenti le proprie ragioni. Quindi resterebbero fuori solo quelli che vengono indicati come “disturbatori di assemblea”. «L’emendamento al decreto Milleproroghe - afferma Simone Siliani, direttore Fondazione Finanza Etica - che, appunto, proroga la possibilità di svolgimento delle assemblee degli azionisti delle società per azioni a “porte chiuse”, cioè non in presenza e soltanto attraverso rappresentante designato sulla base della situazione emergenziale dovuta al Covid 19, ha il sapore di una ritorsione verso quegli azionisti che intendono partecipare alla vita della società in modo attivo. Ma la motivazione è davvero ridicola: rifarsi alle norme anti Covid nel 2025 è davvero originale».

I diritti degli azionisti

Il problema che però viene segnalato è che questa normativa si risolverebbe in una limitazione dei diritti degli azionisti. «Grandi o piccoli, attivi, critici o silenti che siano, vedono i loro diritti limitati - continua Siliani -». Con l’assemblea a porte chiuse i diritti tipici degli azionisti rischiano di essere compressi. Non si possono presentare direttamente in assemblea nuove proposte di deliberazione su argomenti all’ordine del giorno o suggerimenti attraverso gli interventi. «Questi - secondo Siliani - sono diritti individuali del socio indipendentemente dalla consistenza del suo portafoglio azionario». Una soluzione vista invece favorevolmente dai piccoli azionisti sarebbe l’assemblea in presenza o in forma mista (presenza e remoto), che consentirebbe di tutelare effettivamente questi diritti individuali di partecipazione e di proposta. Invece la forma delle assemblee a porte chiuse, svolte unicamente attraverso il rappresentante designato limita questo diritto. «Vale la pena ricordare che l’azionista, non è un semplice partecipante a un’assemblea di una società (tanto meno un “disturbatore”), bensì ne è proprietario, in quota parte. Fondazione Finanza Etica, che svolge attività di azionariato attivo e critico in 15 aziende quotate italiane ed europee, non ha mai disturbato nessuno: abbiamo invece sollevato questioni serie, che in diversi casi sono state assunte dalla società e ne hanno cambiato o reso più coerente l’azione a favore dell’ambiente, dei diritti umani e del bene dell’impresa e della comunità (come chiede la Costituzione). È stato il caso di Generali, Enel e altre grandi società quotate». La convinzione di Siliani è che le assemblee a “porte chiuse”, oltre a limitare i diritti degli azionisti, privino l’azienda di un contributo importante per il futuro della società stessa. Tra l’altro proprio con il Covid sono entrate nelle nostre abitudini anche le “riunioni” da remoto e miste in presenza e da remoto. «Dietro questa scelta - conclude Siliani - che si vorrebbe tecnica o addirittura a tutela della salute pubblica, c’è la volontà di comprimere gli spazi di democrazia d’impresa. Scelta su cui non siamo d’accordo e contro cui ci stiamo battendo in ogni assemblea di società di cui siamo azionisti e in ogni altra sede».


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