La questione salariale

Gli stipendi degli insegnanti italiani restano bassi, ma i prof sono troppi

L’Ocse ha riaperto il dibattito sulle retribuzioni dei docenti mentre resta sullo sfondo l’impatto del calo demografico sugli organici. La questione salariale degli insegnanti italiani è infatti un problema persistente, con stipendi bassi e un numero eccessivo di insegnanti. Nonostante le promesse di aumenti salariali, la situazione rimane irrisolta e i docenti continuano a chiedere una retribuzione adeguata

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

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Se fosse una serie Tv quella sugli stipendi bassi degli insegnanti italiani sarebbe una delle più longeve. Tipo Grey’s Anatomy con le sue 21 stagioni. È almeno un ventennio, infatti, che il nostro Paese si interroga su come avvicinare le retribuzioni dei docenti al resto d’Europa e non solo.

Il tema lo ha riproposto l’ultimo rapporto dell’Ocse Education at a glance 2024, da cui emerge un dato emblematico: tra il 2015 e il 2023 il salario base di un prof delle medie con 15 anni di esperienza da noi è aumentato in via nominale dell’8%, ma in termini reali è calato del 6% a fronte di una crescita media del 4% negli altri Stati monitorati dall’organizzazione parigina. Numeri che hanno spinto i sindacati e l’opposizione a chiedere al Governo di intervenire. Con annessa videoreplica via Youtube del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha ricordato come tra rinnovo già siglato, nuovo contratto in arrivo (si spera entro dicembre) e taglio del cuneo in via di conferma nella prossima manovra, la categoria vedrà crescere gli stipendi in media del 17% in due anni, un incremento mai avvenuto prima.

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In realtà, la querelle è ancora in corso. Come conferma l’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico 2024/25 da Cagliari ha parlato di «retribuzioni spesso non all’altezza di altri Paesi europei» per il personale della scuola. E, come spesso accade in Italia, hanno tutti un po’ ragione.

Retribuzioni ancora basse

Le paghe dei docenti sono oggettivamente basse - si va dai 44.940 dollari di un maestro elementare ai 47.829 di un prof delle medie ai 50.734 di un docente delle superiori contro, rispettivamente, i 54.052, 56.462 e 59.978 dollari medi dell’area Ocse, ndr - sia se le paragoniamo agli altri assunti a tempo pieno laureati. Basti pensare che un insegnante italiano porta a casa ogni mese dal 59 al 67% in meno di un lavoratore 25-64enne in possesso in un titolo terziario mentre all’estero tale differenziale si ferma all’88 per cento.

Tutto ciò premesso, se vogliamo analizzare con completezza la questione salariale in cattedra ci sembra essere utile inserire una variabile ulteriore: il tempo dedicato alla didattica che, stando all’Ocse, per i nostri docenti varia dalle 945 ore annuali dell’infanzia alle 626 delle secondarie di I e II grado mentre gli altri Paesi industrializzati si assestano a 1.007, 706 e 679 ore. Ciò significa che se calcoliamo una ipotetica retribuzione media oraria per grado d’istruzione e la paragoniamo ai nostri competitor scopriamo che fino alla pre-primaria lo stipendio è in linea se non superiore agli altri, poi l’Italia comincia ad arretrare.

Aumento ai docenti, Valditara: " Sarà significativo"

Studenti in calo e prof in aumento

Già da queste cifre deriverebbero una serie di considerazioni conseguenti sulla carriera pressoché inesistente all’interno delle scuole italiane e sulla dipendenza quasi totale degli stipendi dall’anzianità di servizio maturata anziché dai ruoli e dalle funzioni svolte negli istituti, ma andremmo fuori strada. Anche perché c’è un altro elemento da considerare, forse addirittura più urgente. E cioè i trend opposti segnati nell’ultimo decennio dallo stock di alunni e da quello degli insegnanti. Dal 2014 a oggi, a causa del gelo demografico, abbiamo perso suppergiù 800mila studenti, 6mila classi e 900 istituzioni scolastiche. Ebbene, nello stesso arco di tempo, gli insegnanti censiti da viale Trastevere in organico a ogni settembre sono aumentati di circa 170mila unità (di cui 112mila sul sostegno). Le ragioni sono diverse: si va dai posti di potenziamento introdotti dopo la Buona Scuola del 2015 alle successive stabilizzazioni, al boom di cattedre sul sostegno dovuto all’aumento degli alunni con certificazione.

Che il nostro pool complessivo di docenti sia di taglia “extra large” lo lascia intendere anche un altro dato sempre di fonte Ocse: il rapporto alunni/insegnanti, da noi inferiore alla media (abbiamo 11 discenti per docente a primaria e medie e addirittura scendiamo a 10 nelle superiori contro i 14, 13 e 13 degli altri).

Le prospettive di medio periodo

Guardando avanti è previsto che l’organico resti stabile fino all’anno scolastico 2025/26 come deciso ormai due anni fa dal governo Draghi. In quell’occasione fu fatta una stima, validata dal Mef, piuttosto eloquente: nei dieci anni successivi avremmo perso 1,4 milioni di alunni. Questo comporterebbe una riduzione delle cattedre calcolata in 126.219 nello stesso arco di tempo. Già limitarsi ad attuarla, a parità di risorse, vorrebbe dire avere i margini per erogare all’intera categoria aumenti stipendiali più consistenti.

Alla fine il sottotesto dell’intera vicenda è che più l’organico è vasto più fatichiamo a riempirlo, complice l’affanno storico delle politiche di reclutamento che il Pnrr ha addirittura aggravato, e meno erodiamo il monte delle supplenze. Che significano altra spesa, altri precari da stabilizzare e altro rinvio a chissà quando dell’agognata continuità didattica per gli studenti. Che poi dovrebbe essere il fine ultimo di qualsiasi ministro dell’Istruzione in qualsiasi fase politica.


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