Casi giudiziari

Gli strani casi di rifiuto all’autenticazione della Fondazione Calder

Il collezionista Brodie cita in giudizio l’ente e il presidente, sostenendo che il rifiuto di autenticare il suo mobile, basato su presunti danni, abbia compromesso la vendita, dubbi su possibili conflitti di interessi

Alexander Calder, Four Directions, cortesia del Metropolitan Museum of Art

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In un procedimento federale iscritto al ruolo il 6 gennaio 2025 presso la Corte Distrettuale per il Distretto Sud di New York, Richard Brodie, un collezionista d’arte, ha sostenuto che le sue chance di vendere un mobile di Alexander Calder siano state gravemente compromesse dalla Fondazione Calder. La Fondazione avrebbe dichiarato che l’opera presenta danni così rilevanti da non poter più essere considerata un’opera autentica dell’artista. Per Brodie, membro del consiglio del Detroit Institute of Arts, invece, l’opera, un mobile di vetro e filo, sarebbe composta da alcuni pezzi di vetro colorato «intenzionalmente rotti» e «figure con filo di collegamento e sospensione». Negli atti del processo non appare il nome del mobile, per ovvie ragioni di riservatezza e per tutelarlo dalla prevedibile reazione del mercato. Tuttavia non sarà difficile individuarlo, trattandosi di un mobile di valore superiore agli 8 milioni di dollari; nella provenance si legge che fece parte della collezione di Pierre Matisse, figlio di Henri Matisse, che l’acquistò direttamente da Calder.

La Fondazione Calder

La Fondazione Calder ha il ruolo di autorità in materia di autenticazione delle opere dell’artista. Senza tale autentica, il valore di mercato di un’opera è inevitabilmente ridotto. Quando Brodie provò a vendere il mobile nel 2019, un esperto della Fondazione non riscontrò problemi significativi circa l’oggetto. Successivamente, però, Alexander S. C. Rower, il nipote di Calder, chiese che l’opera fosse esaminata nuovamente a spese della Fondazione. Durante la seconda analisi, nonostante Rower non avesse ispezionato personalmente l’opera, il suo parere fu che l’opera avesse subito danni significativi e modifiche improprie. Secondo la Fondazione la seconda valutazione è stata più approfondita della prima e quindi decisiva.

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Sebbene il diritto di disconoscere la paternità di un’opera d’arte (VARA, 17 U.S.C. § 106A) è un diritto morale che non sopravvive alla morte dell’artista e non è non trasmissibile agli eredi o a una fondazione, Estate e Fondazioni si avvalgono del diritto di non autenticare un’opera, che, sebbene sia stata realizzata dall’artista, non rispecchi più l’intenzione di questo. Si tratta, tuttavia, di un uso improprio dell’ ‘autenticazione’, come di un quasi-diritto morale di disconoscimento.

La pretesa del collezionista

La difesa di Brodie afferma che Rower, come presidente della Fondazione, abbia, già in passato e più volte, cercato di bloccare la vendita dell’opera dichiarando che il mobile fosse danneggiato e spaventando così i potenziali acquirenti. Sempre secondo i legali del collezionista, questo atteggiamento costituirebbe «un piano fraudolento di Rower e della Fondazione Calder per ‘distruggere’ il valore di mercato di un’opera d’arte multi-milionaria». Sempre secondo Brodie il presunto danneggiamento del mobile sarebbe stato inventato dalla Fondazione Calder o causato da loro stessi. Nei documenti prodotti dalla difesa del collezionista, infatti, si sostiene che l’opera abbia subito danni minimi nel corso degli anni, i più significativi dei quali furono causati dalla stessa Fondazione nel 2018, quando l’opera fu sottoposta ad autenticazione. Borodie sostiene che l’opera fu restituita al collezionista «senza il suo originale sistema di sospensione e con una nuova rottura su uno dei suoi frammenti di vetro».

La difesa della Fondazione Calder

La Fondazione, difesa da Bill Charron (Pryor Cashman’s Art Law Group), ritiene invece di aver agito solo per proteggere l’eredità dell’artista, negando qualsiasi comportamento improprio e confermando che l’opera è stata effettivamente danneggiata. Secondo la Fondazione Calder le opere dell’artista devono essere ben mantenute in quanto esse sono minacciate da molteplici fattori: l’umidità, la luce diretta e incidenti imprevisti (per spostamenti, ri-assemblaggio, ecc.). Secondo l’avvocato dell’arte Luke Nikas (Quinn Emanuel): «la pretesa di Brodie è infondata, si tratta di un collezionista scontento che sta cercando di intimidire la Fondazione Calder per farsi approvare un’opera danneggiata che non riflette più le intenzioni dell’artista».

Alexander Calder, «Eight Black Leaves»

Il conflitto di interesse della Fondazione

Negli atti prodotti in giudizio si sottolinea il potenziale conflitto di interesse tra la Fondazione Calder e i collezionisti dell’artista. La Fondazione, secondo alcuni, sarebbe attiva nel mercato dell’arte, comprando opere e influenzando indirettamente alcune vendite. Secondo la difesa di Brodie la posizione presa dalla Fondazione sulla sua opera sarebbe un escamotage per espellere opere dal mercato a loro vantaggio; quando il collezionista ha cercato di vedere l’opera tramite una nota casa d’aste, un esperto di conservazione non affiliato alla Fondazione, ha descritto l’opera come «in buone condizioni». Tuttavia, nonostante il parere discordante del terzo esperto, la Fondazione ha continuato a dichiarare che l’opera fosse danneggiata e non restaurabile e a sostenere che essa «non riflettesse più le intenzioni di Alexander Calder». Medesime accuse erano state mosse alla Fondazione Calder, in precedenti casi, nel 2009, nel celebre caso Thome v. The Alexander & Louisa Calder Foundation, Thome aveva sostenuto che la Fondazione, nella sua funzione di autenticatore esclusivo delle opere di Calder, stesse esercitando un monopolio che danneggiava la concorrenza nel mercato. Il caso si era risolto a favore della Fondazione. Più tardi, nel 2014, il mercante d’arte svizzero Patrick Cramer, aveva ugualmente sostenuto che la Fondazione «mantenesse un monopolio sul mercato delle opere dell’artista garantito dalla diniego di autentica di determinate opere». La disputa, in quel caso, riguarda il blocco della vendita di un mobile dell’artista, «Eight Black Leaves», del valore di 1,2 milioni di euro, da parte della Fondazione che sosteneva che facesse parte di un’opera più grande. L’opera era stata acquistata dal padre di Cramer, nel 1948, direttamente dall’artista.

Le stesse argomentazioni erano state presentate, in tribunale, da una coppia francese alla quale la Fondazione aveva sequestrato un’opera da 1 milione di euro sostenendo che si trattasse di un falso. Nella difesa dei collezionisti si riteneva che «per mantenere i prezzi alti, la Fondazione regola il mercato non autenticando i lavori o sostenendo che questi siano stati rubati o abbiano provenance problematiche».

Recentemente nel caso Melgar v. Rower (2022), intentato da Alfredo Melgar, il collezionista rivendica il suo diritto di proprietà su 31 disegni, che nel 2014 furono affidati alla galleria Chowaiki & Co. per la vendita. I disegni non furono venduti né restituiti, ma vennero ceduti a Sandy Rower, nipote di Calder, in cambio di quattro gouaches. Il querelante afferma che Rower e altri abbiano cospirato per nascondere la transazione fino a quando egli non l’ha scoperta tramite un investigatore privato. Il querelante accusa Rower di frode e furto, sostenendo che sapeva o avrebbe dovuto sapere che Chowaiki non aveva diritto a trasferire i disegni. Il caso è stato deciso a favore di Melgar, non è stato presentato appello contro la decisione. Questo caso avvalorerebbe la tesi del ruolo ‘occulto’ che la Fondazione gioca nel mercato.

Il mercato ha le sue ragioni che il tribunale non conosce

Che ne sarà dell’opera contesa? Negli anni ‘90, nel caso Greenberg Gallery, Inc. v. Bauman (l’ennesimo caso su un Calder non autenticato) il giudice, in sentenza, dichiarava che la perizia dell’esperto interpellato Klaus Perls nella quale il mobile non risultava autentico, avrebbe inciso sul valore di mercato del pezzo, ma notava «questo non è il mercato, è un’aula di tribunale, nella quale il giudice deve prendere una decisione basata sulla preponderanza delle prove». Il mercato dell’arte ignorò completamente la sentenza che dichiarava che l’opera fosse autentica, e fece affidamento sull’expertise di Perls, così l’opera restò invenduta per molti anni. Lo stesso destino è spettato alle altre opere non autenticate dalla Fondazione, che, nel migliore dei casi, possono sperare di essere musealizzate, tramite una donazione

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