Guida femminista al capitale delle donne
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«Vorremmo mica dire che i soldi hanno un sesso? Ovviamente no! Allora che hanno un genere? Certamente sì!» Parte da qui, dalle istruzioni per l’uso del denaro e contro un immaginario intriso di stereotipi, il lavoro di Giovanna Badalassi e Federica Gentile Signora economia. Guida femminista al capitale delle donne, edito da Le Plurali.
Il riferimento al capitale è il perno sul quale ruota tutto il libro, il denaro per l’indipendenza, il denaro per la libertà. E ancora, il denaro per il progresso e per il benessere collettivo. Il libro di Badalassi e Gentile è unico nel suo genere perché si rivolge a un pubblico non specializzato: è una sorta di manuale rivolto alle donne, alle ragazze (ma anche agli uomini e ai ragazzi) per raccontare cosa rappresenta il denaro e perché i bias di genere lo hanno da sempre tenuto distante dalle mani femminili. Uno stereotipo tanto odioso quanto controproducente, dicono Badalassi e Gentile e che si traduce per le meno avvezze in «un sistema di norme sociali, ma anche economiche, che ancora oggi ci segrega in spazi di vita e condizioni economiche differenti, nonostante i cambiamenti degli ultimi due secoli».
E allora da dove cominciare per spiegare come invece le donne siano centrali nell’economia del nostro Paese? E che anzi un’economia senza le donne non è nemmeno immaginabile? Il libro ci prende per mano e ci porta al di là dei due stereotipi per antonomasia: il binomio matrimonio-patrimonio che ha dominato l’educazione dei generi sin dall’antichità relegando le donne esclusivamente nel primo dei due ambiti. In una dimensione privata (e angusta) molto lontana dalla scena pubblica. Badalassi e Gentile ripercorrono la storia di questa separazione ricordando poi «il nuovo ruolo delle donne grazie al lavoro retribuito» con una cavalcata nella storia dell’emancipazione. Per arrivare anche al tema dei temi: il lavoro di cura delle donne, non retribuito, invisibile e però vero e poderoso welfare del Paese. Tutto ciò a favore di una lettura strabica a favore del solo Pil che “a partire dagli anni Novanta a oggi” e “nonostante le continue e costanti critiche, ha continuato a rappresentare il metro del benessere delle nazioni, escludendo così una parte importante dell’economia nascosta delle donne”. In questo senso il libro di Badalassi e Gentile opera un disvelamento sul reale contributo delle donne alla crescita e al welfare del Paese. Non parliamo poi delle madri, le regine del multitasking: i loro molti lavori di cura sono stimati dal sito americano Salary.com “184.820 dollari Usa all’anno”. E ancora, perché le stime sono tante, «secondo uno studio di Oxfam del 2020,10 ad esempio (il lavoro di cura, ndr) arriverebbe a 10.800 miliardi di dollari Usa a livello globale, una cifra che equivale a tre volte tutto il settore tecnologico del mondo», spiegano le autrici. Questo per introdurre il tema della “motherhood penalty”, la zavorra che ostacola il lavoro retribuito delle madri. Un fenomeno che ha un costo salatissimo «in termini di mancate opportunità di crescita professionale, ma anche di minori guadagni: le donne che riescono a continuare a lavorare dopo la maternità guadagnano infatti il 53% in meno di quelle che non sono madri, rispetto al periodo antecedente la nascita, anche a quindici anni di distanza». La zavorra in questione ha vari addentellati che il libro ricorda, come le differenze retributive, la segregazione spaziale e agli estremi la povertà femminile, vera e propria piaga che va tristemente a braccetto con la dipendenza economica e alla difficile emancipazione anche in casi di violenza. In questo dipinto ce n’è anche per il lato fiscale: Badalassi e Gentile ci spiegano con la forza dei numeri che le tasse pagate dalle donne sono pari a 56,1 miliardi di imposte (il 32,2%) e 118 miliardi pagati invece dagli uomini (il 67,8%). Un aspetto nient’affatto marginale e che vira sul no taxation without representation di antica memoria ma in questo caso al contrario, con una sottorappresentazione femminile che deriva appunto dalle minori chance di guadagno. Ripercorrere tutte le falle del sistema non è per le autrici un esercizio di stile ma serve per ridisegnare il quadro con un finale diverso.
E con una nuova formula economica femminista che per le donne necessita di una pre-condizione: “Ritrovare unità di intenti” e mettere a sistema “una nuova grammatica relazionale”. Che riguardi tutte e che tutte coinvolga.


