«Ho vissuto tutti i cambi della moda. Ma il guadagno a ogni costo mi ha spiazzato»
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di Chiara Beghelli
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Quando Barni, esperto produttore e sperimentatore di rose, lo chiamò per chiedergli come avrebbe desiderato un nuovo fiore con il suo nome, lui rispose: «Viola con l’interno verde mela». Barni rispose che una rosa viola era impossibile da ottenere, e la “Capucci” nacque allora in rosa pallido, elegante e intensamente profumata. Quelle corolle vivono con grazia anche sulla grande terrazza affacciata sui tetti e le cupole di Roma, a due passi da Piazza Navona, da dove Roberto Capucci, 92 anni, osserva la sua città e il mondo, incessantemente impegnato a immaginarne di altri, che si manifestano come abiti ma che lo sono solo in apparenza. Autore di architetture di seta, di sculture di colori, di strutture algebriche da indossare, Capucci è «il miglior creatore della moda italiana, un prodigio», come lo definì Christian Dior.
“Robertino” lo chiamò Oriana Fallaci quando nell’estate del 1952 descrisse su «Epoca» il trionfo, in quella nursery della moda italiana che fu la Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, di quel ragazzo che «non ancora a ventun’anno, alto come un soldo di cacio, timido e ingenuo come un liceale, ha presentato una collezione sorprendente». E che quando fece uscire in passerella un abito da sera in stoffa rigata da uomo, suscitando fragorosi applausi, «ebbe paura, fece il viso rosso e scappò». Anche quando il tempo e i successi lo hanno trasformato da “Robertino” in “Capucci”, il maestro ha sempre preferito il suono dei concerti all’Accademia di Santa Cecilia a quello del ciarlare della mondanità.
Nel 1987 il Quirinale organizzò un gala per celebrare la moda italiana e c’erano tutti, Missoni, Armani, Valentino, Biagiotti. Capucci aveva appena portato oltre 120 abiti a Palazzo Venezia (la cronaca riportò di fotografi che riposero le macchine per applaudirli), ma non vi partecipò. Naturalmente riservato, aveva forse già chiaro il suono di quello che lui definisce «un campanello di allarme»: «Erano gli anni 70, andavano molto di moda le cravatte di maglia unita dove cambiava solo il logo. Cominciò Yves Saint Laurent e poi tutti dietro».
Ecco, in quel «tutti dietro» c’è molto Capucci. C’è lui che una mattina osserva su via Condotti coloro che «arriva il primo caldo ed escono in mostra con sopracciglio depilato alla Marlene Dietrich mettendo in mostra i loro palestrati corpi tatuati, anellati, il loro pazzesco guardaroba», come annota nelle sue caricature e con il medesimo sarcasmo che duemila anni prima Marziale riservava a chi passeggiava nel Foro. C’è il maestro al quale il «tutti dietro» ha sempre destato sospetto, anche negli anni in cui si moltiplicavano le “capuccine”, le sue fan, come le definiva Irene Brin, giornalista, amica e cliente . È il destino di chi preferisce dar retta alla sua creatività, più che ai soldi, lui stesso lo ha rimarcato più volte, più come un artista che come uno stilista. Poteva essere diverso per “Robertino” che dopo il liceo artistico scelse l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ebbe come maestri Mazzacurati e Avenali? Ma dal momento che al disegnare nature morte preferiva gli abiti, la giornalista Maria Foschini (con cui sua madre sospettava una liaison, nonostante i 70 anni della mentore) lo convinse ad aprire un atelier in via Sistina. Era il 1950, quando a Roma la moda era sia fatta sia vestita da aristocratici, come Irene Galitzine, Simonetta Colonna di Cesarò, Giovanna Caracciolo. E si vestivano le donne seguendo l’ispirazione dei sogni, con abiti che erano decantazioni tessili di visioni estetiche. Non erano ancora gli uffici marketing a orientare quelli dedicati allo stile, perché non esistevano.
Nel 1961 Capucci aprì anche a Parigi, sulla stessa rue Cambon di Chanel, lui al 4, lei al 31. La incontrava spesso perché entrambi soggiornavano nel vicino Ritz. «Ho vissuto tante trasformazioni – continua Capucci –. Da una moda esclusivamente di atelier degli anni 50 e in parte 60 all’inizio dell’ingresso dell’industria negli anni 70 al declino degli atelier negli anni 80 e 90, fino alla globalizzazione di oggi. È un mondo che è stato in perpetuo cambiamento. Sono riuscito a seguirlo fino a un certo punto. Ho compreso, anche se non condiviso, l’industrializzazione e quindi una diffusione maggiore della moda, che gestita in un certo modo andava benissimo. Ma poi la logica del guadagno a ogni costo mi ha spiazzato».


