I 100 anni di Fendi, l’opera struggente di Antonio Marras e l’inno al colore di Diesel
La maison romana celebra il suo primo secolo con una sfilata firmata (finalmente) da Silvia Venturini Fendi. Lo sguardo decadente di Francesco Risso per Marni, l’addio di Lucie e Luke Meier a Jil Sander dopo 8 anni
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«Ho voluto catturare la quintessenza di Fendi, ma per quello non bastano gli archivi» dice Silvia Venturini Fendi, che dell’esprit Fendi è tedoforo per sensibilità e gusto ancor prima che per lignaggio. L’attenzione, nella seconda giornata di sfilate milanesi, è tutta su di lei. Dopo lo iato infelice della direzione creativa di Kim Jones, Venturini Fendi, che è figlia di Anna, una delle mitiche cinque sorelle, e che di Fendiness è impastata praticamente dalla nascita, torna al posto di comando. Il tempismo non potrebbe essere migliore: la maison compie cento anni esatti, essendo stata fondata nel 1925.
La sfilata è insieme una celebrazione di storia e un ritorno alla voluttà materica e romana della casa - un tratto così personale, così affascinante - che di recente era stata messa in frigorifero. Venturini Fendi ha il dono di un tocco rotondo e pieno, di un rigore pieno di sensualità, e il suo Fendi ha ogni ragione di esistere, perché autentico e desiderabile. Ci si auspica che la ricerca del direttore creativo si fermi a lei, finalmente.
Da Marni, Francesco Risso opta per uno show intimo, con gli ospiti seduti a tavolini rotondi, come in un bar, a sorseggiare Martini, e i quadri suoi, di Olaolu Slawn e Soldier Boyfriend alle pareti, a sottolineare la fluidità e interdisciplinarità del processo creativo. L’atmosfera alcolica introduce e inquadra una collezione decadente ma forse un po’ retorica nelle sue silhouette allungate e scivolose che ricordano gli anni 20 e 30, elegante nei suoi cappotti a matita con il dorso a bozzolo, costruttivista nella rotondità sovrumana di gonne plissettate. I riferimenti storici sono chiari, ma non letterali, filtrati in modo singolare attraverso la sensibilità lisergica che è tutta di Risso. È una prova escapista ma non narcisista, che delizia lo sguardo anche se manca quell’ancoraggio al presente che Risso riesce a distorcere così bene.
Da Jil Sander (gruppo Otb), i coniugi Lucie e Luke Meier sono in uscita, e l’annuncio arriva poche ore dopo lo show. La collezione, presentata nel buio pesto, non è particolarmente felice. Nonostante le note di accompagnamento parlino di inno all’amore, gli abiti acuminati, pesantemente decorativi e punkeggianti arrangianti in una sequenza che dal nero totale muove al bianco assoluto appaiono grevi. Era da tempo che i due avevano perso la sintonia con l’essenza di Jil, con il modernismo, con il potere seducente della sottrazione, per tentare strade personali ma spurie. La separazione era in qualche modo dovuta.
Antonio Marras è un inveterato narratore, ed è affascinante vederlo adattare una figura di donna che sostanzialmente rimane immutata - personaggio di oggi ma vestito con le cose di altri tempi, quando usavano bustini e reggicalze, perfettamente incarnata dalla moglie Patrizia - a storie sempre diverse. Questa volta immagina l’arrivo da Barcellona ad Alghero di una troupe teatrale per mettere in scena l’opera del 1892 “La Bella di Alghero”, a lungo negletta. La storia è mera cornice, ma offre a Marras l’occasione di sondare territori più sensuali, mantenendo l’amore per il collage, il riuso, il rammendo, e una visione della moda carica di nostalgia e alla sfilata è apparsa a sorpresa anche Sharon Stone.

