Dolci

I biscotti wafer fatturano 6 miliardi nel mondo, l’Italia è protagonista

L’Europa resta l’area di riferimento ma le vendite stanno crescendo in Estremo Oriente dove queste cialde farcite sono sempre più apprezzate

di Manuela Soressi

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Può un biscotto con oltre 600 anni di storia alle spalle essere inserito tra i prodotti dolciari a maggior potenziale di crescita nel terzo millennio? Nel caso dei wafer sembra proprio di sì. Già popolari nel Rinascimento ma “industrializzati” a fine ’800 dall’austriaco Joseph Manner, oggi i wafer sono un prodotto globale con un giro d’affari di 6,3 miliardi di dollari e consumi cresciuti del 4% l’anno, e con previsioni di un Cagr del 5,4% annuo fino al 2029, stima uno studio di Mordor Intelligence.

L’Europa resta il mercato principale ma le vendite stanno crescendo soprattutto in Estremo Oriente, dove queste cialde farcite sono sempre più apprezzate. «In Italia, nella sola distribuzione moderna se ne vendono 93 milioni di confezioni per una spesa di 130 milioni di euro» spiega Elena Pezzotti, analista di Niq. Dopo anni positivi, per la prima volta i volumi sono in calo (-1,3%). Pesa il rialzo del 2,8% (dopo il +18,7% del 2023) del prezzo medio, arrivato a 6,81 euro/kg, ma con punte di 7,15 euro nel nord-est e di 4,9 euro nei discount. “Colpa” dei rincari subìti prima da energia e zucchero e poi dal cacao, che hanno avuto ripercussioni importanti sui costi di produzione, costringendo le aziende a ritoccare i listini più volte l’anno.

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Ma ora la fase peggiore sembra passata e i produttori guardano con fiducia al futuro. Da un lato perché continuano a vendere bene le versioni più golose, ossia i wafer ricoperti (+24% a valore e +18% a volume, secondo Niq), e dall’altro per il successo dei nuovi gusti di stampo internazionale, come il burro di arachidi (quando arriveranno i wafer speziati alla zucca che spopolano in Canada?).

La popolarità dei wafer è confermata anche dal suo uso come ingrediente “nobile” in nuovi prodotti, come gli yogurt Yomo e Muller, i cereali per la colazione KitKat e il Nescafè Dolce Gusto. Sui wafer stanno puntando le aziende del cioccolato (come Lindt, entrata in questo mondo nel 2023) in cerca di “via d’uscita” dal caro-cacao, ma anche un big come Ferrero, che, oltre a puntare sugli snack a base cialda (come Tronky), sta investendo anche sul brand specializzato Hanuta, leader in Germania, di cui si parla di un prossimo arrivo anche in Italia.

«I nostri wafer incontrano un grande successo globale grazie alla capacità di coniugare bontà, genuinità, leggerezza e sostenibilità ecologica e sociale» sottolinea Ulrich Zuenelli presidente del Cda Loacker, leader in Italia nella categoria con oltre il 50% di quota a valore e secondo competitor al mondo, dietro l’indonesiana Nabati. L’azienda altoatesina, pronta a festeggiare nel 2025 il suo primo centenario, incasserà con il brand Loacker 350 dei 465 milioni di euro di ricavi previsti nel 2024 (+7,5% sul 2023).

Il 75% proviene dai 110 Paesi nel mondo in cui invia le sue dolcezze premium, puntando sulla qualità del made in Italy, a partire dalle nocciole nazionali e dal latte alpino. Del resto il prodotto di punta è ancora il wafer Napolitaner, chiamato così proprio per valorizzare l’uso di pregiate nocciole italiane, in origine campane. Curiosamente, invece, il top seller di un’altra specialista italiana dei wafer si chiama Viennese ed è un wafer farcito con crema alla vaniglia e avvolto da cioccolato fondente, venduto in negozi dolciari, bar e pasticcerie, oltre che da Eataly e in Rinascente. A realizzarlo dal 1958, come business complementare alla produzione di coni gelato, e a venderne svariati milioni di pezzi nell’arco di nove mesi (in estate viene ritirato dal commercio) è la romagnola Babbi, azienda familiare (giunta alla quarta generazione) di respiro internazionale, che sviluppa con le specialità dolciarie il 30% dei 52,3 milioni di euro di fatturato consolidato (+60% rispetto al 2019).

«I wafer sono il nostro prodotto iconico, quelli che ci rendono unici e su cui stiamo puntando per crescere all’estero» spiega il direttore generale Pierpaolo Colombo. Emblematico il caso del Giappone, dove Babbi è entrata realizzando wafer personalizzati per Bulgari e dove oggi è diventato un brand molto conosciuto, con corner nei grandi magazzini di lusso e un Babbi Cafè a Kyoto.

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