Cambiamento climatico, così i grandi fondi dettano l’agenda a «Big Oil»
di Vitaliano D'Angerio
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Sono stati soprannominati i “new warriors of climate change”. Sono i gestori di fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni e fondazioni che hanno preso la bandiera della lotta al cambiamento climatico per farla sventolare sui patrimoni da loro gestiti. In gran parte hanno aderito all’iniziativa “ClimateAction +100” lanciata nel 2017: sono 320 grandi investitori internazionali che hanno circa 33mila miliardi di dollari in gestione. L’elenco è disponibile sul sito dell’associazione (www.climateaction100.org/).
Qualche nome? Allianz Global Investors, Generali, Hsbc Global AM, Lyxor AM, New York City Pension Funds, Ontario Teachers’ Pension Plan. L’elenco è lungo e fra gli aderenti vi sono anche istituzioni religiose come la Chiesa di Inghilterra e quella di Svezia.
L’ultima impresa di questi “guerrieri” risale al 21 maggio scorso: nell’assemblea degli azionisti dell’inglese Bp, sono riusciti a far passare a gran maggioranza la risoluzione che obbliga il gruppo petrolifero britannico a presentare report più dettagliati sull’allineamento degli investimenti con gli obiettivi di contenimento dei gas a effetto serra stabiliti nel 2015 a Parigi.
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Impegno e risoluzioni
Molti investitori istituzionali, e non solo quelli riuniti in ClimateAction+100, mettono quindi alle strette le aziende quotate con varie modalità. Prima di arrivare al confronto finale nel meeting dei soci, c’è però un lungo dialogo: è l’engagement che si traduce nell’iniziale email o telefonata all’investor relator e poi, via via, arriva al confronto con il management aziendale. È quanto accaduto nel caso di Bp e di altri gruppi petroliferi che hanno nella ricerca e raffinazione delle fonti fossili il principale business. Nell’assemblea degli azionisti vi è poi il faccia a faccia decisivo. Senza un’intesa, gli investitori possono scegliere anche di vendere il titolo.
