Le sfilate di Parigi/3

I nomadi contemporanei di Miyake, Owens esplora la vita di un borgo

Visioni fluttuanti e insieme pratiche nella prima sfilata della linea IM Men Issey Miyake, mentre Rick Owens racconta negli abiti la vita di Concordia Sulla Secchia, paese emiliano dove ha sede la sua azienda

IM Men Issey Miyake AI 25-26

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La varietà della proposta è quel che a Parigi fa la differenza: qui le sorprese che rinfrancano non mancano mai, anche nei momenti piú problematici per il sistema. È il caso del bel progetto IM Men Issey Miyake, che questa stagione debutta in passerella sostituendo Homme Plissé. Si apprezza in primo luogo l’approccio non schematico del gruppo Issey Miyake, che alla sfilata di una linea di grande successo e influenza (che verrà adesso presentata attraverso altri canali) sostituisce quella di una linea relativamente nuova, lanciata nel 2021 e ultima impresa cui Issey, il fondatore, si era personalmente dedicato.

IM Men è una nuova iterazione di uno dei principi fondanti del design Miyake, ossia l’idea di tagliare i capi in un solo pezzo di stoffa, con minimi interventi. In passerella questo si traduce in una visione fluttuante di nomadismo contemporaneo, astratta nella purezza emozionante delle linee, concreta nella assoluta praticità di abiti che possono essere piegati e appiattiti, e che non si stropicciano. Si avvertono gli echi del miglior Miyake tardi anni 70, ma è giusto un rimando, privo di nostalgia. La prova emoziona, e ha una levità che, in questo momento plumbeo, è balsamica.

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IM Men Issey Miyake, la collezione AI 25-26

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Rick Owens è in modalità introspettiva, ma l’espressione rimane brutalista, scabra, superomistica, non elegiaca o malinconica. Intitola la collezione Concordians, riferendosi al minuscolo e industrioso borgo emiliano di Concordia Sulla Secchia, laddove Owenscorp ha sede, ed esplora l’intenzione e la dedizione, quasi monastica, dei giorni che passa in Italia a lavorare sui capi, con il team. «I Concordiani sono una razza, o una tribù - racconta -. Ci ritroviamo qui in isolamento, quasi clausura, lontano da tutto e provenendo tutti da altri luoghi, alla ricerca di qualcosa di strano e meraviglioso».

Il flusso della ricerche si concretizza nella inconfondibile estetica Owens, invero strana e meravigliosa, dalla bellezza angolosa e non certo per tutti, che questa stagione è distillata in passerella da una serie di capi - i long johns e il montgomery, il giubbotto di pelle, il trench e le zeppe - tenuti insieme non tanto da un intento narrativo, quanto da un senso di affezione. Dopo lo show faraonico della scorsa stagione il ritorno alla nuda veritas arriva dritto al segno, rivelando l’intrinseca classicità di questo autore invece per nulla classico.

Yohji Yamamoto appartiene alla stessa genia di creatori di Giorgio Armani: strenuamente dediti al lavoro quando potrebbero godersi la pensione, convinti però, e a ragione, di avere ancora qualcosa da dire. L’uomo di Yohji-san è una categoria dello spirito: dolente e ruvido, accetta con poesia lo scorrere del tempo, ma che sia un signore imbolsito o un giovane imberbe, sembra non avere età. Questa stagione, forse caduto in rovina, forse per proteggersi dalle durezze dell’esistere, si veste interamente di piumino. La collezione è trapuntata da cima a fondo, e veicola una idea di mascolinità soffice.

È sbrilluccicante, invece, l’uomo di Mike Amiri: quasi anacronistico nei completi anni 70, nei trench di pelle tabacco, nei blouson di velluto dipinto, eppure convincente nella sua scanzonata flemma losangelena. L’ambizione di essere come un nuovo Tom Ford è evidente e sana, ma quel che salva Amiri è l’assenza di dogmatismo, che è in fin dei conti la consapevolezza di proporre un messaggio estetico che è solo uno dei tanti possibili, non l’assoluto.

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