I rischi della cancel culture
di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi
ai preferiti su Google
4' min read
4' min read
Accade sempre più spesso che ogni tema di discussione pubblica – che riguardi la salute (sì o no al coprifuoco, al vaccino, eccetera) o l'identità e i diritti dei cittadini (da cui per esempio la polemica sull'esistenza dell'identità di genere e la sua nominabilità in un testo di legge) – diventi terreno di scontro tra due aggregazioni contrapposte e fortemente polarizzate.
Sempre meno spazio per confronti costruttivi
Sembra ci sia sempre meno spazio per confronti magari movimentati ma costruttivi. Il punto è che in pochi hanno voglia di ragionare attorno alla loro idea. A esacerbare il contrasto contribuiscono le caratteristiche del teatro in cui si svolge la maggior parte delle nostre discussioni (e delle nostre vite): le piattaforme online. Ogni comunicazione è esposta a critiche rapide, feroci, brevi nella forma e poco articolate nel contenuto. La vulnerabilità legata all'esposizione delle proprie idee, il rischio pervasivo di aggressione verbale, oltre alla velenosa proliferazione delle fake news, organo principale di quello che la saggista Shoshana Zuboff ha definito il “capitalismo della sorveglianza”, ha spinto parte della comunità accademica ad abbracciare quella polarizzazione reattiva che è stata (anche qui frettolosamente) chiamata cancel culture.
Una delle sue prime formalizzazioni concettuali risale a una lettera pubblicata nel luglio 2020 su Harper's Magazine: 150 intellettuali (tra cui Margaret Atwood, Salman Rushdie, Noam Chomsky) preoccupati per la tendenza a “cancellare” opere e opinioni, passate e presenti, considerate politicamente scorrette, moralmente o intellettualmente inaccettabili, “solo” perché esprimono valori contrari ai diritti delle minoranze, alla parità di genere, all'uguaglianza, al rispetto reciproco. Secondo gli autori della lettera la cancel culture costituirebbe una rinuncia al dialogo con la memoria che spesso è scomoda, una incapacità di comprendere i contesti e, nonostante tutto, una limitazione della libertà di espressione.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito al licenziamento in tronco di Kevin Spacey e alla messa al bando della biografia di Woody Allen, compreso il boicottaggio americano dei suoi film; anche la divulgazione di alcune opere del passato e la memoria delle vite di alcuni autori o personaggi storici macchiati da varie colpe sono state messe in discussione (vedi anche: «La rimozione delle statue»).
Autocrazia
In un articolo sul Corriere della Sera, Albena Azmanova, politologa bulgara che insegna negli Stati Uniti, ha espresso una forte preoccupazione per il clima che si respira nei campus universitari inglesi e statunitensi, dove la libertà di espressione è stata sostituita dalla “espressione sicura che apre la porta all'autocrazia”: secondo Azmanova la cancel culture prevede inevitabilmente un organismo giudicante cui la società conferisce un potere discrezionale, che determina cosa sia sicuro esprimere, e induce quindi una censura e un'auto-censura lesive della libertà individuale.

