Opinioni

Il capitalismo non guarda nello specchietto, non vede chi è rimasto indietro

Il capitalismo digitale si è reso indipendente dal correttivo della vocazione sociale

(Adobe Stock)

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Il capitalismo non guarda nello specchietto, non vede chi è rimasto indietro. La democrazia sì, quando riequilibra le diverse fortune iniziali in modo che gli ultimi ricevano un assaggio di quanto promesso in attesa del Regno dei cieli.

Con la rete, che si nutre di algoritmi e che ragiona secondo le logiche delle intelligenze artificiali, il capitalismo digitale si è collocato su un piano distante da quello dove operano democrazia e Stato di diritto perché si è reso indipendente dal correttivo della vocazione sociale. I nuovi padroni della ricchezza, le Big Tech, mostrano atteggiamenti ombelicali, sono ripiegati su se stessi, non volgono lo sguardo oltre l’orto di casa, perché perseguono unicamente sentimenti egoistici, vestiti da common good.

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Spiego questa affermazione. Il bene comune è diventato un’entità trasparente perché le Big Tech hanno messo in scena una finzione teatrale: ci vogliono far credere che il loro interesse individuale coincida con il benessere diffuso. Ne consegue che il conflitto di interessi ha smarrito il suo oggetto perché non c’è più distinzione tra l’individualità del bene singolo e l’oggettività dell’interesse generale. Tutto sfuma e si confonde, accadendo proprio quanto si temeva potesse capitare: il particolare ha divorato la tensione sociale, e con ciò l’oggetto del conflitto si è assottigliato fino a scomparire.

E le conclusioni del Summit di Parigi parlano di questo pericolo.

Quanto alla Politica, diventata ancillare alla tecnocrazia, ha disegnato progetti di policy appiattiti sulle domande dei signori della rete. Questi, dal canto loro, hanno ricambiato il favore con un’informazione sartoriale, cucita sulle volontà dei proprietari delle piattaforme, anche a costo di raccontare bugie. Vogliono farci pensare quello che vogliono loro. Chi sono costoro? Gli stessi padroni della rete o la maggioranza politica di turno cui i Padroni si sono inchinati.

È in corso un “do ut des” di bassa cucina politica tra Trump e le Big Tech: lui elargisce politiche filo tecnocratiche; e le Big Tech, oltre ad avergli regalato una campagna elettorale fatta di semi verità e semi bugie, gli consegnano la borsa degli attrezzi tecnologici: ascisse e ordinate per plagiare l’opinione pubblica al fine di orientarne il voto.

Trump con un tempestivo order ha eliminato la minimum tax perché non sia il capitalismo digitale a pagare per ridistribuire la ricchezza, ma al tempo stesso ha recuperato il danaro perso, proteggendo i confini americani con dazi insormontabili.

Un capitalismo lontano, dunque, dalla legge della concorrenza, così come le Big Tech detengono una dominanza economica non scalabile perché i dati, la loro essential facility, non è condivisibile con l’impresa terza, che senza di essi rimane alla finestra a guardare. Né le sedicenti sanzioni antitrust della C.E. hanno osato imporre la condivisione dei dati, rifugiandosi nelle più rassicuranti pene economiche, inflitte ad Apple e Google.

Questi Signori, che non abbiamo eletto e che dunque non possiamo mandare a casa, hanno occupato di fatto settori strategici della sovranità usurpando funzioni pubbliche: dall’informazione alla sicurezza. Ricordo che Musk con i suoi satelliti vorrà allungare le mani sulle informazioni segretate dei governi stranieri, cui offre a prezzi ingenerosi i suoi servigi comunicativi, ma quei dati potrebbe poi rivenderli a una potenza nemica disposta a pagare di più, senza che nessuno ci possa assicurare il contrario. Anche la guerra, suprema decisione del sovrano, è sfuggita dal dominio dei Parlamenti nazionali, già insidiati dagli Esecutivi, perché governata dalle Big Tech, che come offrono le infrastrutture digitali essenziali così le possono ritirare, determinando loro l’esito del conflitto.

Nonostante questa narrazione poco rassicurante, noi però non riusciamo a vedere FB, Meta, Amazon e X, come nostri nemici perché non hanno il volto arcigno dei capitani d’azienda del 900, anzi ci fanno divertire, ci portano a casa i pacchi, ci trovano addirittura il compagno/a di vita, che poi così fantastico non si rivelerà: sono gli intermediari insostituibili delle nostre libertà.

E allora possiamo ancora dire che i Ceo, benché schierati in prima fila all’insediamento di Trump, stavano lì col cappello in mano a mendicare qualche briciola di potere? Oppure, è più verosimile un’altra immagine: un Trump, disponibile ad abdicare alla sua sovranità a vantaggio di una confusa commistione di tecnocrazia e politica autoritaria, interessi egoistici e valori sociali.

Un tempo Mortati era preoccupato che la Costituzione materiale potesse superare quella formale nello stato di diritto. Oggi questa preoccupazione è un evento attuale e concreto, con l’aggravante di insidiare, non una democrazia, ma tutte.

E Noi cittadini siamo ancora in tempo per una riflessione genuina e per l’esercizio del libero arbitrio?

Professoressa di Diritto costituzionale, Università Federico II, Napoli

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