Convegno del Fai a Milano

Il civile servizio che sostiene la cura del patrimonio

Banca d'Italia - giornate FAI d'autunno 2024. (Imagoeconomica)

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All’avvicinarsi di questo Convegno così significativo, alla Scala, attorno al nostro FAI che compie 50 anni, ho lungamente esplorato il mio animo e i miei sentimenti alla ricerca di quello che fosse prevalente perché, più degli altri, potesse al meglio esprimere, rappresentare e in un certo senso contenere tutte la variegata massa di accadimenti dei quali sono stato spettatore e protagonista nei miei quasi 40 anni vissuti col FAI.

Sul podio, dopo un lungo e devo dire divertente scrutinio (quasi io fossi un estraneo rispetto a me stesso) è salita la gratitudine.

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Un approccio frettoloso potrebbe attribuire un significato simile se non addirittura uguale ai concetti di riconoscenza e gratitudine; ma non è così perché la gratitudine, rispetto alla riconoscenza, non solo la contiene ma le aggiunge quella dimensione di affettività che ne esalta il valore.

Ha sempre fatto intimamente parte della visione del FAI di Giulia Maria Crespi e di Renato Bazzoni, ed è entrato profondamente nelle mie viscere, l’unire coloro che concretamente e più o meno stabilmente contribuiscono al progresso della Fondazione con un legame il più possibile simile a quello che caratterizza una famiglia . Non già la famiglia unita da rapporti di sangue bensì - come nel nostro caso - quella che unisce individui che presentano caratteristiche analoghe ( come nel mondo della botanica..) o che hanno e sentono tra loro un vincolo comune; vincolo non già inteso come limitazione ma come obbligo di natura morale che, con diverse declinazioni e diversa intensità, lega, unisce e accomuna persone tra loro diverse per provenienza, età e cultura che decidono di lavorare assieme per una qualsivoglia causa rivolta al Bene comune; sia come scelta professionale che a livello di volontariato.

I primi in assoluto ai quali va la nostra gratitudine, nostra di noi tutti e nostra come italiani, sono ovviamente “quei due”: Renato Bazzoni e Giulia Maria Crespi, amici e solidali perché per anni compagni di fede e di battaglie in Italia Nostra.

Renato concepì il FAI, lo inventò; Giulia Maria gli diede la vita; uniti da una reciproca grande stima e in un rapporto dialettico tempestoso e vitale diedero alla loro creatura l’uno, da profeta della tutela, i contenuti per avere un ruolo nel Paese; Giulia Maria Crespi, da imprenditrice, gli strumenti e i mezzi per stare in piedi; entrambi con il coraggio generoso, un po’ incosciente e certamente visionario per creare dal nulla un’impresa del genere. Il coraggio di affrontare un obiettivo apparentemente troppo ambizioso divertiva immensamente Giulia Maria; le piaceva sfidare mondo e destino e ripeteva sempre che quanto più una sfida appare ardua, tanto più è divertente affrontarla e possibile vincerla perché nessuna forza sarà risparmiata perché abbia successo. E così è stato. È una delle grandi lezioni che è bene che il FAI non dimentichi! Si pensi alla sfida di affrontare senza soldi né un capitale alle spalle i restauri dell’Abbazia di San Fruttuoso o quella ancor più folle di comprare il Castello di Masino col suo fardello di abbandono dai tetti fatiscenti alle migliaia di pezzi di arredo divorati dai tarli...; ma si doveva fare e si fece! Senza quelle incoscienze - che trovarono anche ragione nella generosità personale di Giulia Maria - sarebbero mancate quelle pietre angolari sulle quali costruire la credibilità iniziale del FAI. Giulia Maria mise anche le basi di quella formidabile rete di sostenitori del FAI, aziende o privati che fossero, che credettero nella Fondazione finanziandola quando era ancora una scommessa e che da allora non ci hanno abbandonato e, anzi, sono cresciuti per numero e generosa partecipazione.

Si deve invece a Bazzoni l’impostazione della rete territoriale delle Delegazioni, prima fra le quali quella di Milano, istituita quasi contemporaneamente alla nascita e affidata alla mai dimenticata Maria Viganoni, che fu l’alfiere di quello che è oggi l’imponente sistema vascolare della Fondazione che in tre decenni di costante crescita ha portato la presenza civile, la proposta culturale e la concretezza operativa del FAI in tutte le provincie italiane; e qui un altro vincolo (sempre inteso come obbligo di natura morale) per i prossimi 50 anni!

Il successo e il progresso della missione del FAI trae e continuerà a trarre forza, vigore, incisività e credibilità se le sue due anime continueranno a integrarsi, a stimolarsi e a completarsi a vicenda: l’anima professionale incarnata dai dipendenti ai quali, dal restauro all’amministrazione fino alla raccolta fondi, è affidata la cura dell’essenza stessa del FAI, ovvero I BENI ( lo dico sempre: una Fondazione È il suo patrimonio; dunque il FAI È i suoi Beni), e l’altra anima, quella calda, passionale e civile dei volontari, di quelle migliaia di italiani giovani e meno giovani, che con ingegno e sacrificio personale hanno dato vene, sangue, braccia, gambe, muscoli e soprattutto testa e cuore al FAI perché potesse diventare una realtà in ogni regione, in ogni grande città, in molte medie e piccole città ma anche e sempre di più in quelle aree interne del nostro Paese che fanno spesso molta fatica a intravedere un futuro e che gridano a noi che viviamo nei grandi centri la loro voglia di continuare a essere parte viva e integrante del nostro Paese come lo sono state nel passato.

L’articolo è l’incipit del discorso “Delle gratitudini” che Marco Magnifico, presidente del Fai, Fondo per l’Ambiente Italiano, ha tenuto l’8 febbraio 2025 a Milano, in occasione del XXIX Convegno nazionale dei Delegati e dei Volontari Fai, dal titolo “Un civile servizio”

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