Il corridoio aperto delle libertà contro la rovina delle società
Nella storia del mondo occidentale, molto ruota intorno alla risposta che venne data alle opportunità create dalle grandi esplorazioni e alle condizioni che si vennero a creare di conseguenza per sfruttare quelle della Rivoluzione industriale
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Un ritorno alle origini dell’economia politica come disciplina capace di affrontare i grandi temi delle scienze morali, della storia, della filosofia. Questo sembra il cammino che ha condotto la giuria svedese ad assegnare il Nobel della dismal science a Daron Acemoglu e Simon Johnson, economisti del MIT, e James Robinson, politologo a Chicago. Utilizzando strumenti metodologici contemporanei, ma senza limitarsi all’empiricismo quantitativo, hanno affrontato questioni fondamentali come la transizione dallo “stato di natura” all’organizzazione statale, il fallimento delle moderne nazioni, i limiti del potere politico, i vantaggi e svantaggi della democrazia. Nonostante due secoli di crescita economica, sono oltre un miliardo le persone che vivono in condizioni di estrema povertà. Il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, in qualunque modo sia misurato, permane enorme. I ranghi dei Paesi che si avvitano intorno al sottosviluppo sembrano ingrossarsi costantemente. Le spiegazioni culturali e geografiche sono insoddisfacenti. Acemoglu e colleghi preferiscono adottare una prospettiva istituzionale, che studia l’impatto delle strutture politiche sui risultati economici, e arrivano ad una spiegazione che può apparire sorprendente: alcuni governi sbagliano di proposito, adottando politiche che orientano gli sforzi della società verso attività che distruggono valore per la collettività ma favoriscono élite parassitarie.
In Why Nations Fail, Acemoglu e Robin sono analizzano le istituzioni estrattive, che scoraggiano gli investimenti e l’innovazione. Ma come fare per accompagnare lo sviluppo di istituzioni inclusive, che proteggono i diritti individuali (compresi quelli di proprietà), incoraggiano gli investimenti e gli sforzi e producono ricchezza?
Nella storia del mondo occidentale, molto ruota intorno alla risposta che venne data alle opportunità create dalle grandi esplorazioni e alle condizioni che si vennero a creare di conseguenza per sfruttare quelle della Rivoluzione industriale. Nel Regno Unito, il commercio col Nuovo Mondo venne gestito dai corsari, che magari non rispettavano proprio tutte le leggi, ma nutrirono un’élite mercantile che fece pendere la bilancia contro la monarchia nella Gloriosa Rivoluzione del 1688 e controbilanciò l’aristocrazia terriera, garantendo il pluralismo (a condizione chiaramente di non aspirare al regime change) e gettando i semi della crescita economica.
In Spagna, invece, il commercio oceanico rimase nelle mani della Corona e consolidò la tirannia reale, che mal tollerava le voci critiche e la distruzione creativa, pilastri della prosperità.
Rivoluzioni e guerre d’indipendenza non servono più di tanto per scampare alla tirannia delle istituzioni estrattive, nella misura in cui la nuova leadership è interessata a mantenere i benefici del vecchio sistema. Il fallimento è la regola – anche se ogni tanto le analisi economiche dei nuovi Nobel patiscono della sfortunata tendenza a sottovalutare l’importanza delle idee (si pensi a come l’Illuminismo abbia contribuito a cambiare la storia di Francia, che rischiava di seguire il “modello” spagnolo).


