Il Daspo nelle città alza il tiro contro spacciatori e risse
Il Governo rafforza i divieti di accesso a scuole e locali pubblici decisi dal Questore e finora poco utilizzati: non serve più la condanna definitiva ma basterà una denuncia
di Valentina Maglione, Bianca Lucia Mazzei
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Contro spaccio, risse e aggressioni, il decreto legge sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa sull’onda dell’omicidio di Willy Monteiro, cerca di rilanciare il Daspo urbano: vale a dire il divieto di avvicinamento a scuole e università, esercizi e locali pubblici disposto dal Questore per contenere i soggetti “pericolosi”. Introdotto nel 2017, con il decreto legge 14 voluto dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, questo strumento è stato infatti poco utilizzato. Nei primi sei mesi del 2020 i Daspo per traffico e spaccio di stupefacenti sono stati solo 23 (nel 2019, 28). Ancor meno i provvedimenti adottati per «gravi disordini» o reati contro le persone e il patrimonio negli esercizi pubblici o nei locali di intrattenimento: nel primo semestre 2020 sono stati 16 e 9 nel 2019.
Lo scarso utilizzo
Numeri molto bassi dovuti al raggio d’azione - finora limitato - dello strumento. Infatti, i Questori potevano disporre il divieto di avvicinarsi a scuole e locali pubblici solo nei confronti delle persone condannate negli ultimi tre anni - con sentenza definitiva o almeno confermata in appello - per spaccio di droga in quei locali o in esercizi simili. Le nuove norme, invece, permetteranno di fermare con il Daspo urbano anche chi è stato solo denunciato per spaccio o condannato in via non definitiva negli ultimi tre anni; e per chi infrange il divieto si introduce la pena della reclusione da sei mesi a due anni, oltre alla multa da 8.000 a 20.000 euro.
Si alza la guardia anche nei confronti di chi commette reati durante «gravi disordini» nei locali pubblici o delitti «contro la persona o il patrimonio»: anche qui, i Questori potranno disporre il Daspo urbano contro chi è stato denunciato per questi reati negli ultimi tre anni e non più solo contro i condannati in via definitiva o con sentenza d’appello; e all’elenco dei reati che fanno scattare il divieto di avvicinamento si aggiungono i delitti aggravati per finalità di discriminazione o di odio etnico.
«La possibilità di intervenire in seguito a una denuncia amplierà di sicuro l’utilizzo dei Daspo urbani- dice il Questore di Napoli, Alessandro Giuliano - e soprattutto ci permetterà di effettuare azioni immediate, cosa che l’attesa della pronuncia definitiva, che giunge fisiologicamente molto dopo l’accertamento del fatto, non consentiva».

