Il debito italiano e la lezione giapponese
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Oggi ci ritroviamo con un debito che sfiora i tremila miliardi e uno spread sui minimi da quattro anni: un’apparente contraddizione. Perché? Se prendiamo i Paesi G7 nel 2024 sei di questi hanno cambiato leadership politica. Tutti tranne l’Italia, che beneficia di una situazione di maggiore stabilità, piaccia o meno, di un settore bancario che si è fortemente irrobustito e di conseguenza più per demeriti altrui che per meriti propri ha uno spread in termini relativi basso (lo spread del resto è la differenza tra due elementi, può essere forte perché tu riduci il gap rispetto all’altro o perché l’altro aumenta il gap rispetto a te. Guardando a Germania e Francia siamo nella seconda situazione. Usa, Giappone - seconda economia del G7 con un cambio sorprendente di leadership e un partito di governo che ha perso la maggioranza dopo trent’anni - Germania e Francia con crisi simili, le dimissioni di Justin Trudeau in Canada, l’arrivo di Starmer nel Regno Unito. Sei Paesi hanno cambiato leadership con tutta una serie di incognite legate a processi in itinere come le elezioni o a situazioni deboli e instabili, penso alla Francia. Questo porta l’Italia a essere considerata stabile da molti investitori, per una linea di governo che si è dimostrata più atlantista, non litigiosa con Bruxelles e in linea con i criteri di rigore. Il rischio di deviare e sbandare troppo nella direzione di Trump c’è e il vero problema sarà sulla spesa militare. Perché se Giorgetti dovrà trovare minimo altri 25 miliardi per far crescere la spesa militare dovrà togliere a qualcos’altro, come la sanità o la scuola. Del resto, se hai spese per x e entrate per y qualcosa dovrai pur tagliarla. E se è vero che noi viviamo ancora comodi - istruzione gratuita, sanità gratuita per fare degli esempi – altrettanto vero è che i numerosi tagli negli anni ne hanno indebolito molto forza e qualità.
Eppure lo spread tiene. Onestamente, ciò che vediamo sui mercati oggi non è figlio di quanto generato negli ultimi vent’anni, di una crescita zero virgola. Dopo il trentennio d’oro - siamo arrivati al 1975 con un debito/Pil al 54%, in una condizione estremamente virtuosa - ci siamo giocati a carte il Paese, con politiche di tipo clientelare e atteggiamenti volti all’aggregazione del consenso piuttosto che alla pianificazione. E con l’incapacità di adattare il nostro sistema paese ai cambiamenti che la Thatcheromics e la Reaganomics hanno imposto cioè la globalizzazione e un peso sempre più ridotto dello stato nell’economia.
C’è però un ultimo punto da menzionare ed è legato a questa frase, che vi sarà capitato di leggere: abbiamo più asset esteri nei nostri portafogli di quanto l’estero abbia asset italiani.
Andiamo con ordine. Uno dei criteri di sostenibilità del debito è rappresentato dall’avere un avanzo commerciale molto marcato. Quando si dice per esempio che il Giappone ha il 220% del debito pubblico paradossalmente si descrive una situazione virtuosa. Essa è legata al fatto che Tokyo è indebitata in una bilancia commerciale strutturalmente e fortemente in attivo: le imprese giapponesi esportano più di quanto importano, dalle auto alla tecnologia, dalle Toyota alle Panasonic.
Hanno poi – da qui la frase citata sopra in corsivo – una detenzione di asset nazionali, domestici, maggiore della quota degli stessi asset detenuti da soggetti terzi. Quando si legge “220% del rapporto debito/Pil” la prima domanda che ci si deve fare è quanto di questo debito è in mano agli stranieri. Perché se lo è per gran parte significa ipoteca sul tuo patrimonio nazionale.

