La ricerca

Il decisore pubblico e l’effetto delle sue scelte

L’assegnazione del Nobel per l’Economia a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson, per gli studi sulla relazione tra le istituzioni e la prosperità economica rappresenta il coronamento scientifico di un’agenda di ricerca relativamente recente e in rapida ascesa

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L’assegnazione del Nobel per l’Economia a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson, per gli studi sulla relazione tra le istituzioni e la prosperità economica rappresenta il coronamento scientifico di un’agenda di ricerca relativamente recente e in rapida ascesa. L’attività di Acemoglu (57 anni), Johnson (70) e Robinson (64) sviluppa un’analisi positiva dell’azione dei governi e delle istituzioni. Invece di chiedersi come massimizzare il benessere della collettività, come fa l’economia pubblica tradizionale, le domande su cui i tre premi Nobel di quest’anno si interrogano riguardano quali scelte di un decisore pubblico (e in quali condizioni) abbiano un impatto economico di breve e lungo periodo.

Il contributo di Acemoglu, Johnson e Robinson consiste nel misurare empiricamente l’impatto delle istituzioni importate dai Paesi europei nelle colonie in America, Africa e Asia sulle disuguaglianze di reddito pro-capite tra Paesi, osservabili ancora oggi. Nello specifico, i coloni europei, una volta raggiunto un territorio, potevano trovarsi di fronte a condizioni climatiche e sanitarie molto eterogenee. Da un lato, tali condizioni potevano favorire lo sviluppo di una società a immagine e somiglianza di quelle europee,
con una chiara prospettiva inclusiva di crescita del territorio. Dall’altro, il rischio di imbattersi in ambienti poco ospitali e pericolosi poteva portare all’introduzione di “istituzioni” di tipo estrattivo, volte al semplice trasferimento di risorse naturali verso la madrepatria.

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I tre autori mostrano che la presenza di istituzioni coloniali inclusive o estrattive dipende storicamente dall’incidenza di malattie infettive, quali la malaria e la febbre gialla, i cui effetti sono stati molto più drammatici in termini di mortalità per i coloni che non per le popolazioni indigene. Laddove malaria e febbre gialla hanno colpito più duramente, sono emerse istituzioni estrattive, mentre dove la mortalità dei coloni è stata minore sono emerse istituzioni inclusive. L’aspetto più interessante è che il diverso tipo di istituzioni ha determinato differenziali nel Pil pro-capite dei diversi Paesi che persistono tuttora.

Gli effetti risultano particolarmente forti e non scompaiono anche tenendo conto di fattori geografici, culturali o religiosi del paese europeo di provenienza. Per fare un esempio, utilizzando la logica dei tre Nobel, assegnare alla Nigeria le stesse istituzioni storiche che i coloni europei hanno realizzato in Cile contribuirebbe a un aumento di sette volte del Pil pro-capite del Paese africano.

Non di minore impatto sono gli studi dei tre autori sulla relazione inversa tra il livello di sviluppo economico precoloniale dei paesi successivamente colonizzati dagli europei e il grado di sviluppo contemporaneo. Secondo gli autori, i coloni europei hanno investito nella creazione di istituzioni in grado di contribuire agli investimenti principalmente laddove non ne hanno già trovate di preesistenti. Ciò spiegherebbe perché i Paesi originariamente caratterizzati da un Pil pro-capite più elevato (in virtù della presenza di un pur modesto, ma compiuto, assetto istituzionale)
siano oggi spesso più svantaggiati rispetto a
quelli che hanno finito con l’importare quelle dei paesi colonizzatori.

Oltre alla dimensione scientifica, è interessante notare come i tre autori (caso non così comune tra gli accademici) abbiano posto attenzione alla diffusione dei risultati dei propri studi verso un pubblico più ampio, con una serie di volumi divulgativi che hanno avuto fortuna ben oltre i confini della comunità accademica. Si pensi ad esempio a “Perché le nazioni falliscono. Alle origini di prosperità e povertà” di Acemoglu e Robinson (2012) o a “Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità” di Acemoglu e Johnson (2023).

Dei tre economisti insigniti del Premio Nobel 2024, Daron Acemoglu è il nome forse più noto al grande pubblico. A oggi, Acemoglu è senz’altro tra gli economisti più citati e di maggiore impatto. Oltre all’analisi del ruolo delle istituzioni, egli ha contribuito allo sviluppo della disciplina in svariate direzioni, dal progresso tecnologico all’allocazione del capitale, dalla relazione tra capitale umano e robot all’intelligenza artificiale. Proprio l’enfasi sull’AI nei suoi lavori più recenti, pur non sottolineata dall’Accademia Reale Svedese delle Scienze, lega idealmente il premio Nobel ad Acemoglu a quelli assegnati nei giorni scorsi per la Fisica e la Chimica.

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