Ecosistema urbano

Il diritto di abitare guardando gli alberi

La città moderna è stata progettata in antitesi alla natura ma il verde in una città rappresenta molto di più di un mero complemento

di Elena Granata

Parigi. (Adobe Stock)

6' min read

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Ancora oggi, nel nostro immaginario collettivo, il verde rappresenta un complemento estetico in una città fatta di pietra, vetro e cemento. Gli alberi, i fiori, il suolo, le farfalle – insomma, tutto ciò che definiamo genericamente natura – non sono percepiti come esseri viventi, dentro un comune ecosistema urbano, ma come elementi ornamentali per viali, piazze e strade.

Siamo figli di una cultura funzionalista e urbanistica che, nel suo abaco progettuale, concepisce il verde urbano come una semplice dotazione minima di natura pubblica, uno standard per il conteggio dei servizi. La città moderna è stata progettata in antitesi alla natura: quest’ultima resta un rifugio da coltivare nel tempo libero, durante il fine settimana o le vacanze estive. La crisi climatica sta mettendo in discussione in modo profondo questa visione del mondo. Alluvioni, siccità, ondate di calore ci fanno scoprire in modo drammatico quanto dipendiamo dalla natura per

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la nostra sopravvivenza e sollecitano ai decisori politici, alla società civile e alle imprese il passaggio da una visione del mondo (solo) economica a una visione ecologica, capace cioè di tenere insieme in modo nuovo le complesse dimensioni della vita quotidiana, con particolarecattenzione ai beni comuni dal cui destino dipendiamo tutti: l’acqua, il suolo, l’aria, la luce e il cielo, ma anche l’educazione, l’accesso al web, le competenze digitali, i servizi di prossimità.

Progettisti, architetti, ingegneri, ecologi, paesaggisti sono oggi chiamati a intervenire in modo locale e puntuale sul corpo vivo della città, lavorando sulle superfi ci, sui suoli liberi, sulle infrastrutture naturali (alberi, prati, suoli, acque). La “pelle delle città” fatta di materiali

duri, di cemento, di asfalto, di pietra, di lamiere, amplifica gli effetti dell’irraggiamento solare, accresce la percezione di calore da parte delle persone e quindi i danni sulla loro salute come anche, in altre situazioni, impedisce all’acqua di venire assorbita facilitando allagamenti

e inondazioni nei centri abitati.

Passare da una città impermeabile, ricoperta di asfalto e cemento, a una città spugna con superfi ci naturali, verdi, porose, in grado di assorbire l’acqua in eccesso, richiede di de-pavimentare e ripristinare la permeabilità dei suoli là dove è possibile farlo. È un percorso necessario che incontra ancora pregiudizi culturali, legati a un’idea di decoro che predilige superfici più asettiche, ma non abbiamo alternative: la crisi climatica ci sfida nei luoghi dove le persone vivono, ci chiede di reintrodurre alberi e suoli liberi dove li abbiamo persi, di provare a ripensare la struttura stessa delle città, ispirandoci alla leggi e alle disposizioni della natura. È la logica delle cosiddette nature-based solutions, progetti e strategie di sopravvivenza che agiscono sui suoli urbanizzati con interventi di ri-forestazione o rinaturalizzazione con interventi sul sistema delle acque, degli edifici e delle facciate. Come sottolinea il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso le piante sono una delle risposte concrete alla lotta contro il riscaldamento globale, risorsa etica per la salute pubblica, in grado di assorbire anidride carbonica e liberare ossigeno (cfr. Fitopolis, la città vivente, Laterza, 2023).

Ma gli alberi devono essere piantati correttamente, scegliendo le specie più adatte per contrastare l’inquinamento e le isole di calore, e anche quelle più resistenti allo stress della vita urbana. Gli alberi non sono progettati per vivere confinati in aiuole ristrette, hanno bisogno di spazio per le radici, di terra e di prossimità ad altri alberi. I cantieri, i lavori edilizi, il rifacimento delle strade (ma anche certi sistemi di potature perpetrati dalle amministrazioni) hanno un impatto diretto

sulla salute delle piante, danneggiando spesso le radici sotterranee. Prendersi cura della salute degli alberi e garantirne la compatibilità con l’ambiente urbano è fondamentale per evitare che diventino – paradossalmente – un pericolo per le persone.

Ogni angolo della città dovrebbe ospitare frammenti di natura, come tetti-giardino, facciate verticali, strade e parcheggi permeabili.

Questi spazi non solo mitigano il microclima, ma contribuiscono anche al risparmio energetico, alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, alla gestione delle acque piovane, incrementando la biodiversità e migliorando il rendimento degli impianti fotovoltaici.

La salute della vegetazione non solo infl uisce negativamente sull’estetica del verde, ma ne determina anche l’effi cacia in termini di drenaggio e raffrescamento. È innegabile la connessione profonda tra la presenza arborea e il nostro benessere psico-fisico. La foresta urbana, come il parco, il giardino, il fiume balneabile e accessibile, gli orti urbani, i giardini terapeutici,

gli spazi verdi di gioco per i bambini sono beni collettivi che

migliorano la qualità della vita. Si parla ormai di deficit di natura per i bambini che crescono in ambienti troppo urbanizzati, e della fame di natura che accompagna il nostro vivere quotidiano. Il tema è stato ampiamente trattato da Richard Louv, psicopedagogista infantile e autore del libro L’ultimo bambino nei boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura (Rizzoli, 2006).

Le ultime generazioni hanno sempre meno possibilità di vivere e giocare a contatto con l’ambiente naturale: situazione all’origine della sindrome che Louv definisce Nature-Deficit Disorder. Circondati da telefonini e videogiochi, ore e ore tappati in ambienti chiusi, i nostri bambini vivono un vero e proprio disagio fisico e psichico. È necessario, come mai è accaduto nella storia, recuperare il contatto con la terra, con l’acqua, con l’aria. Correre in un prato a piedi nudi, o a piedi nudi camminare dentro un ruscello gelido, per la maggior parte dei bambini sono esperienze rare, spesso relegate al solo periodo estivo. Da qui l’idea che esperienze un tempo banali come queste non facciano più parte della crescita di ogni individuo ma che siano oggi occasioni riservate solo ai più fortunati. Gli impatti sullo sviluppo e sulla salute mentale sono così rilevanti da indurci a ripensare l’habitat dove la natura sia un diritto al quale tutti i cittadini debbano aspirare.

Per aiutare a progettare nuovi spazi verdi, il professor Cecil Konijnendijk (Nature-Based Solutions Institute) ha ideato una soluzione semplice ma molto suggestiva. Si tratta della regola del 3-30-300: ogni diritto al 30% di copertura arborea nel quartiere dove vive, ha diritto di abitare a non più di 300 metri di distanza da un giardino o da uno spazio verde. È evidente che questa regola non sia immediatamente applicabile ovunque ma dovrebbe almeno ispirare l’idea di una nuova

prossemica tra uomo e natura.

Anni fa Benedetto Saraceno, psichiatra e professore ordinario di Global Health all’Università di Lisbona, osservava il paradosso della città che produce sofferenze e malattie collettive – che colpiscono cioè gruppi vulnerabili – ma che tuttavia non sono riconosciute come malattie

inter-individuali. Questo è il paradosso della città che produce vulnerabilità collettive ma nega al contempo la dimensione collettiva e locale delle vulnerabilità. Oggi sappiamo che la salute di chi è esposto al degrado ambientale, ai cambiamenti climatici, all’inquinamento ha fattori di rischio più alti. Per questo, ogni intervento di mitigazione degli impatti, di ri-naturalizzazione, di tutela delle acque e dei suoli agisce esattamente come una politica di prevenzione e tutela del benessere.

La nostra concezione di salute deve misurarsi con l’intero ecosistema urbano, riconoscendo quello che tutti abbiamo modo di osservare nella nostra vita quotidiana: la città genera sofferenze e malattie di dimensione collettiva, ma con un’esposizione alla fragilità e al rischio in modo assolutamente diverso, a seconda della dotazione di presidi sanitari e dell’efficacia degli spazi aperti, della qualità dell’aria o dell’acqua. È il problema della giustizia climatica, di cui si parla

ancora molto poco: il climate change espone tutti al rischio, ma non

tutti allo stesso modo. Le diseguaglianze climatiche agiscono anche

all’interno della stessa città. La salute dipende dai nostri geni, dal reddito e dal grado di istruzione, dai comportamenti che adottiamo durante l’esistenza, ma anche dall’ambiente in cui viviamo o lavoriamo, dalle cure mediche e dal livello di eccellenza delle strutture sanitarie in cui verremo curati. Non è difficile capire, pensando a quante siano le determinanti della nostra salute, perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia coniato lo slogan “La salute in tutte le politiche”. Tutto ha a che fare con la nostra salute, le politiche economiche e urbane, il sistema educativo, la qualità dell’aria, il sistema di controllo alimentare, l’inquinamento dei suoli e delle acque, le politiche culturali e abitative. osì come la disoccupazione, le diseguaglianze, la povertà, la criminalità, la situazione abitativa sono tutti elementi che infl uiscono sulla nostra salute.

La pandemia che ci siamo appena lasciati alle spalle ha rivelato tutta la fragilità della nostra risposta sanitaria collettiva, l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere nel fronteggiare la diffusione del virus e la variabilità delle risposte a livello territoriale. Un’esperienza che dovrebbe indurci a ripensare l’architettura degli ospedali e delle case di riposo, e a pianifi care seriamente una sanità diffusa sul territorio, facendo convergere competenze multidisciplinari: dall’ingegneria alla psicologia ambientale, dal design all’economia comportamentale. Perché alla qualità delle cure vanno aggiunti anche aspetti di natura non strettamente terapeutica ma cruciali per il benessere delle comunità, come l’integrazione dell’ospedale con il resto del contesto urbano, la qualità delle tecnologie, l’umanizzazione delle pratiche e della relazione medico-paziente. Ripensare gli spazi ospedalieri non è sufficiente. Oggi è necessario ripensare la salute in chiave ecosistemica, come un continuum di politiche, azioni e luoghi che pongono al centro il benessere fisico e psichico delle persone. Se la salute riguarda il corpo nella sua multidimensionalità ed è quindi connessa all’ambiente, alla qualità dell’aria, al benessere sul lavoro e alla qualità delle relazioni umane, possiamo ancora ritenerla esclusivo oggetto di cura di un luogo – l’ospedale – deputato a curare la sola malattia quando si manifesta?

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