Consiglio europeo informale

Il dossier fondi sul tavolo del vertice Ue sulla Difesa. Italia e altri 18 Paesi per emissione debito Bei su progetti ad hoc

Il vertice è stato anticipato da una lettera di 19 leader europei indirizzata a Consiglio europeo, Commissione e presidenza di turno, e firmata anche dall’Italia

di Redazione Roma

Articolo aggiornato il 3 febbraio 2025, ore 19:00

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Il vertice super informale dei leader Ue a Bruxelles è nominalmente sulla difesa ma a rubare la scena sono stati i (possibili) dazi di Donald Trump. La sessione della mattina di lunedì 3 febbraio è stata infatti dedicata ai rapporti tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti - relazione speciale quando si tratta di aspetti militari - e in questo contesto i 27 hanno fatto il punto sulla situazione.

Il capitolo difesa (specie dal punto di vista industriale) potrebbe intrecciarsi alla strategia Ue su come ridurre lo squilibrio dell’interscambio Usa-Ue. I 27 sanno che dovranno comunque spendere di più per la difesa e chi tra loro fa anche parte della Nato va incontro ad un target ben superiore al 2% l’anno (il Canada peraltro è fra gli alleati che non ha ancora raggiunto la fatidica soglia). Le armi, dunque, possono rientrare nel valzer di accordi. Sul punto però si prospetta uno scontro con Parigi, che sta spingendo da mesi gli acquisti “made in Europe” per rafforzare la base industriale blustellata. Una visione che mal si allinea con l’idea trumpiana (molti alleati europei sono poi scettici, perché hanno le catene del valore legate a quelle americane).

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Tra le ipotesi che sono circolate negli ultimi giorni, quella che guarda a un coinvolgimento della Bei, la Banca europea degli investimenti, rafforzandone il mandato.

Il ritiro dei 27 leader Ue

Il tema difesa è stato all’ordine del giorno nelle ultime ore. Nessuna conclusione ma una discussione informale e sostanziale che, nelle previsione del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, dovrà essere decisiva per delineare le linee guida del Libro bianco sulla Difesa. Il “ritiro” dei 27 leader Ue - con la presenza del segretario generale della Nato Mark Rutte e, per la prima volta dalla Brexit, di un premier britannico a cena, il Labour Keir Starmer - al Palais d’Egmont aveva lo scopo di chiarire alcuni nodi che al momento appaiono delicatissimi. Due, su tutti: le risorse da mettere in campo per aumentare le spese della difesa e l’origine degli armamenti da acquistare.

Dopo l’usuale intervento preliminare della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, si è svolta la prima sessione di lavoro tra i leader dei Ventisette. Poi il pranzo di lavoro, a cui ha partecipato anche Rutte. Nel pomeriggio la seconda sessione della discussione tra i leader, e in serata la cena di lavoro.

Il “ritiro” è stato essenzialmente in un “brain storming”, una discussione libera e informale (non sono previste conclusioni né alcuna decisione formale), che l’agenda prevede si concentri attorno al tema del rafforzamento della difesa europea, in base ai principi secondo cui l’Ue deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria difesa, aumentando in modo sostanziale il suo finanziamento e le capacità della sua industria militare, e gli Stati membri hanno un interesse comune nel cooperare più strettamente a questo scopo. Tutto questo alla luce delle attuali sfide alla sicurezza dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina, alle minacce ibride e informatiche e all’instabilità in Medio Oriente.

Il vertice è stato anticipato da una lettera di 19 leader europei indirizzata a Consiglio europeo, Commissione e presidenza di turno, e firmata anche dall’Italia, nella quale si chiede un cambio del mandato della Banca Europea degli Investimenti per adattare la sua politica dei prestiti alle priorità Ue sulla difesa. Non sarà facile e, nella Bei, serpeggia una certa prudenza, legata al rischio di ammaccare l’altissimo rating sui mercati (tripla A) di cui gode l’istituto.

Difesa Ue: 19 Stati tra cui l’Italia per emissione debito Bei su progetti specifici

La lettera, su iniziativa della Finlandia è stata firmata dai responsabili di governo (oltreché della Finlandia) di Belgio, Croazia, Cipro, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Spagna e Svezia. Nella lettera si legge che «la possibilità di emissione di debito specifico e vincolato da parte della Bei per finanziare progetti di sicurezza e difesa dovrebbe essere discussa tra le altre opzioni in quanto potrebbe migliorare la trasparenza e fornire chiarezza nonché la possibilità di scelta per gli investitori.

Ciò - si legge ancora nel documento - dovrebbe tuttavia essere preso in considerazione in consultazione con i mercati finanziari e le agenzie di rating in merito alla fattibilità di questa possibilità, con la dovuta attenzione a garantire il finanziamento più efficiente e conveniente per i progetti di sicurezza e difesa nonché al possibile impatto sui costi di finanziamento delle attuali obbligazioni della Bei».

I Paesi frugali Ue contro “strumenti creativi” per la Difesa

Sull’immissione di risorse comuni resta alta la trincea dei frugali, che preferiscono, ad esempio usare i fondi di Coesione piuttosto che affidarsi ai cosiddetti “strumenti creativi” per finanziare le esigenze dell’Ue. Il messaggio è chiaro: se tutti i Paesi Ue fossero al 2% del Pil, così come chiede la Nato già ora, ci sarebbero 60 miliardi in più da spendere. Sette Paesi europei che aderiscono all’Alleanza (tra questi l’Italia) ancora non sono al 2%.

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Cavo Dragone (Nato): «Industria della difesa non aumenti i costi»

Alla vigilia del Consiglio europeo informale a Bruxelles l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della Nato, ha ricordato che «ogni nazione della Nato dovrà raggiungere rapidamente livelli di spesa per la difesa superiori al 2% del Pil perché abbiamo stabilito che non basta più. Con tempi e modi che ciascuna nazione stabilirà in base alla propria situazione, perché rimangono nazioni sovrane. È inutile fare grandi proclami - ha aggiunto - senza fare i conti con le capitali. Oltre che parlare di numeri in crescita, che sia il 3% o il 5% - ha evidenziato - secondo me serve poi un esame di coscienza, reale e onesto, che si deve spendere meglio e insieme».

Quanto poi all’’industria della difesa europea, «non ha ancora cambiato la mentalità nel modo corretto, non hanno percepito la gravità della situazione: devono investire, perché non siamo in guerra ma non siamo nemmeno in pace. Allo stesso tempo - ha concluso Cavo Dragone - l’industria deve far parte del sistema della difesa, non deve essere esclusivamente indirizzata al guadagno: non è che siccome aumentiamo le spese allora ciò che costava uno magicamente poi costa due, perché non è così che si va avanti, no?».

La seconda tappa sarà il 20 e il 21 marzo si riunirà il Consiglio europeo. Il tema sarà i migranti, e in particolare l’aspetto dei rimpatri, ma non è escluso che a margine si parli anche di difesa europea. Terza tappa: 11 e 12 aprile. Questa volta l’appuntamento è con l’Ecofin informale a Varsavia: è atteso un confronto sul tema dei finanziamenti alla difesa. Infine, in ambito Nato, la riunione di fine giugno: in quell’occasione potrebbe essere fissata una percentuale tra spesa per la Difesa e Pil diversa da quella attuale (il 2%).

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