Materie prime

Il gas si impenna del 58%, petrolio sopra 100 dollari, grano e alluminio mai così cari

Corrono anche i prezzi di nickel, palladio e mais. Il mercato teme che guerra e sanzioni possano interrompere forniture che non riusciremmo a sostituire prontamente

di Sissi Bellomo

Aggiornato alle 15,35 del 24 febbraio 2021

(AP)

4' min read

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Prezzo del gas in rialzo del 58%, petrolio che corre oltre 100 dollari al barile, oro ai massimi da un anno e alluminio addirittura al record storico, accompagnato nella corsa dal nickel e sui mercati agricoli da grano, mais e soia.

È guerra in Ucraina. E le materie prime – già carissime – reagiscono con un’ulteriore impennata. L’invasione russa, temuta ed evocata più volte dagli Usa, ha comunque colto di sorpresa i mercati. E mentre i missili volano su Kiev non è più soltanto il rischio geopolitico ad infiammare i prezzi, ma la concreta possibilità di perdere forniture di combustibili, metalli e prodotti agricoli che potremmo non essere in grado di sostituire.

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Il gas prima di tutto, che al Ttf è balzato a 125 euro per Megawattora fin dalle prime ore del mattino. Nel pomeriggio un’ulteriore avanzata, oltre 140 euro.

Gazprom ha prontamente rassicurato sulla regolarità delle forniture e dei transiti nei gasdotti, compresi quelli in territorio ucraino. Il mercato tuttavia resta comprensibilmente in ansia. Anche in assenza di danni alle infrastrutture o di una chiusura deliberata dei rubinetti, il prossimo round di sanzioni – che verrà annunciato nelle prossime ore dagli Usa e dall’Unione europea – potrebbe avere serie conseguenze sugli approvvigionamenti. Di combustibili e non solo.

L’Europa normalmente importa dalla Russia oltre un terzo del suo fabbisogno di gas, anche se a gennaio la sua quota di mercato – fa notare Icis – è scesa al 17,5% grazie agli arrivi record di Gnl e alla riduzione dei flussi da parte di Gazprom. Sostituire anche queste forniture oggi come oggi sarebbe fattibile solo per brevi periodi. È per questo che i mercati tremano.

Se Mosca venisse tagliata fuori dal sistema di pagamenti Swift «pagare il gas russo diventerebbe impossibile», osserva Katja Yafimava, senior research fellow dell’Oxford Institute for Energy Studies (Oies). «Sarebbe una causa per invocare la clausola di forza maggiore nei contratti e porterebbe a interrompere le forniture, con conseguenze drammatiche per i consumatori europei, sia per la disponibilità fisica del gas che sotto il profilo dei prezzi».

La Commissione Ue nelle ultime settimane ha bussato alla porta di tutti i maggiori produttori di gas, ottenendo la promessa di forniture extra in caso di emergenza. In ogni caso – senza un’ulteriore accelerazione nelle fonti rinnovabili o nella produzione autoctona di gas, che richiedono tempi lunghi – non possiamo fare a meno di Mosca se non per qualche settimana al massimo.

«Non c’è un singolo Paese in grado di rimpiazzare quei volumi», come ha ricordato nei giorni scorsi anche Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia del Qatar, uno dei maggiori produttori di Gnl al mondo.

«In caso di difficoltà prolungate non riusciremmo a ricostituire le scorte di gas nel corso dell’estate – avverte Kateryna Filippenko, analista di WoodMac – Ci troveremmo a fronteggiare la situazione catastrofica di stoccaggi prossimi allo zero il prossimo inverno. I prezzi sarebbero alle stelle, le industrie sarebbero costrette a chiudere e l’inflazione aumenterebbe in modo vertiginoso. La crisi energetica in Europa potrebbe innescare una recessione globale».

Peraltro i rischi di approvvigionamento non riguardano soltanto il gas. La Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio, oggi superato solo da Arabia Saudita e Usa. E metà delle sue esportazioni sono dirette in Europa, per un totale di circa 2,5 milioni di barili al giorno. Anche in questo caso sostituire Mosca non sarebbe facile: l’offerta mondiale di greggio oggi non basta a soddisfare la domanda e la capacità produttiva di riserva si è ridotta ad appena 2,8 milioni di barili al giorno contro un livello desiderabile di 5 mbg, ricorda JP Morgan, che non esclude che il prezzo del barile possa spingersi in casi estremi anche a 150 dollari, come nel 2008.

Le quotazioni del petrolio, già in rialzo di quasi il 30% da inizio anno, hanno preso il volo alla notizia dell’invasione dell’Ucraina, rompendo la soglia psicologica dei 100 dollari per la prima volta dal 2014: il Brent con un balzo di oltre il 9% si è spinto fino a superare 105 dollari al barile e anche il Wti ha oltrepassato 100 dollari.

L’assalto ai beni rifugio (a ai paracadute contro l’inflazione) intanto hanno spinto l’oro ai massimi da 18 mesi, sopra 1.970 dollari l’oncia, in rialzo di circa il 3%. Gli analisti tecnici indicano che superata la resistenza dei 1.960 dollari, la strada verso quota 2.000 dollari è relativamente sgombra.

Tra i preziosi si è apprezzato di quasi il 6% il palladio, fino ad avvicinarsi a 2.700 dollari l’oncia: proviene dalla Russia il 40% dell’offerta.

L’allarme per i potenziali effetti della guerra e delle sanzioni si è intanto abbattuto anche sui metalli industriali e sui cereali. Al London Metal Exchange (Lme) l’alluminio ha guadagnato quota 3.443 dollari per tonnellata, aggiornando il record storico che resisteva dal 2008, e il nickel si è spinto fino a 25.625 dollari per tonnellata, il massimo da maggio 2011.

La Russia produce circa il 6% dell’alluminio mondiale (al netto della Cina) e sul mercato è ancora fresco il ricordo del caos scatenato dalle sanzioni Usa contro il magnate Oleg Deripaska, che nel 2018 paralizzarono l’attività di Rusal. Quanto al nickel, la russa Norilsk controlla il 7% della produzione mineraria globale (e gran parte del metallo di alta qualità, impiegato nelle batterie delle auto elettriche).

Non solo la Russia, ma anche l’Ucraina sono importanti fornitori di cereali e semi oleosi: insieme contano per il 29% delle esportazioni globali di grano, per il 19% nel caso del mais e addirittura l’80% nel caso dei semi di girasole. Le operazioni militari stanno già ostacolando le esportazioni dai porti del Mar Nero, cruciali soprattutto per l’Europa. Nel Mare di Azov il movimento delle navi commerciali è stato bloccato fino a nuovo ordine.

La reazione sui mercati è stata immediata e violenta: le quotazioni del grano a Parigi sono schizzate ai massimi storici in apertura, sopra 340 euro per tonnellata, e guadagnano oltre il 10%.

A Chicago il grano supera 9 dollari per bushel, record da 9 anni. mentre i semi di soia per la prima volta dal 2012 si sono spinti sopra 17 dollari per bushel e il mais è tornato a superare 7 dollari per bushel, sui massimi da otto mesi.

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