Il gioco fantastico di Dior, il morbido rigore di Schiaparelli, il giardino marocchino di Valli
Maria Grazia Chiuri evoca l’atelier come luogo di sperimentazione. Il minimalismo non-moderno di Daniel Roseberry, Giambattista Valli punta su nuovi preziosismi
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L’ordine mondiale è in pieno cambiamento. Priorità e principi si sono ribaltati bruscamente e la moda, senziente ben più di altre discipline, registra già. La breve settimana della haute couture che si è aperta ieri a Parigi avviene sotto l’egida di una evidente restaurazione, non solamente estetica. Il nuovo che avanza è conservatore, classista, cassa le esuberanze. Se ne avvertono i sentori persino da Schiaparelli, laddove fino alle scorse stagioni erano oro, fiere dantesche, abiti fatti di circuiti, surrealismi e un generale sentire di moda come clickbait.
Adesso non più, e onore al merito di Daniel Roseberry, il direttore artistico, per non fossilizzarsi in una formula. «Il mondo non è quello di cinque anni fa, e così io», dice, ponendo un semplice dato di fatto, per poi aggiungere: «Il minimalismo viene generalmente percepito come modernità, ma per me non è necessariamente così». In altre parole, rinuncia al barocchismo del decoro ma non a quello della forma scultorea e circonvoluta, e nel mentre esplora un palinsesto di archetipi, dalla crinolina all’abito a corolla al bustino che rimodella il corpo, esprimendosi con un rigore morbido che a momenti pare armaniano - impressione aumentata dalla palette pallida e lunare.
Il passaggio dalla intenzione alla realizzazione, naturalmente, è cruciale, e la modernità cui Roseberry anela - sempre che essere moderni sia ancora un valore - non si palesa in modo chiaro. Il suo essere costumista permane, ma guadagna un nuovo e benvenuto spirito di sintesi, ed è già un progresso.
Da Dior, Maria Grazia Chiuri rivendica uno spazio per la fantasia, prendendo a modello la Alice di Lewis Carroll e il suo attraversare situazioni e pericoli con infantile sventatezza e determinazione. Metafora di un tentativo di resistenza al tempo presente? Chiuri non lo dice, ma pensarlo è lecito, anche se in verità la collezione è un attraversamento, reso possibile nell’atelier come luogo di creazione e sperimentazione, non tanto di momenti o ambienti, quanto di topoi della storia della moda e del costume, intendendo per storia qualche secolo fa, o qualche decennio.
Attaccati e semplificati con crudezza invero infantile, ridotti a pura linea e volume, marsine settecentesche, panier e crinoline si innestano con trapezietti scatolari e gonne da fanciulla in fiore, in un gioco pirotecnico e sincronico reso efficace dalla mancanza di colore. Viene in mente il cinema del primo Peter Greenaway, astratto ma in costume perché nutrito dalla sua precedente pratica di artista minimal. È una prova convincente. Unico neo, la lunghezza soverchia, e la ripetizione non necessaria: un messaggio così richiedeva un distico e un haiku, non un uno sbrodolio di endecasillabi sciolti. I bambini, in fondo, fanno faville in economia di mezzi.

