Haute Couture a Parigi/1

Il gioco fantastico di Dior, il morbido rigore di Schiaparelli, il giardino marocchino di Valli

Maria Grazia Chiuri evoca l’atelier come luogo di sperimentazione. Il minimalismo non-moderno di Daniel Roseberry, Giambattista Valli punta su nuovi preziosismi

Dior Haute Couture PE 2025

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L’ordine mondiale è in pieno cambiamento. Priorità e principi si sono ribaltati bruscamente e la moda, senziente ben più di altre discipline, registra già. La breve settimana della haute couture che si è aperta ieri a Parigi avviene sotto l’egida di una evidente restaurazione, non solamente estetica. Il nuovo che avanza è conservatore, classista, cassa le esuberanze. Se ne avvertono i sentori persino da Schiaparelli, laddove fino alle scorse stagioni erano oro, fiere dantesche, abiti fatti di circuiti, surrealismi e un generale sentire di moda come clickbait.

Schiaparelli, la collezione per la PE 2025

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Adesso non più, e onore al merito di Daniel Roseberry, il direttore artistico, per non fossilizzarsi in una formula. «Il mondo non è quello di cinque anni fa, e così io», dice, ponendo un semplice dato di fatto, per poi aggiungere: «Il minimalismo viene generalmente percepito come modernità, ma per me non è necessariamente così». In altre parole, rinuncia al barocchismo del decoro ma non a quello della forma scultorea e circonvoluta, e nel mentre esplora un palinsesto di archetipi, dalla crinolina all’abito a corolla al bustino che rimodella il corpo, esprimendosi con un rigore morbido che a momenti pare armaniano - impressione aumentata dalla palette pallida e lunare.

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Il passaggio dalla intenzione alla realizzazione, naturalmente, è cruciale, e la modernità cui Roseberry anela - sempre che essere moderni sia ancora un valore - non si palesa in modo chiaro. Il suo essere costumista permane, ma guadagna un nuovo e benvenuto spirito di sintesi, ed è già un progresso.

Da Dior, Maria Grazia Chiuri rivendica uno spazio per la fantasia, prendendo a modello la Alice di Lewis Carroll e il suo attraversare situazioni e pericoli con infantile sventatezza e determinazione. Metafora di un tentativo di resistenza al tempo presente? Chiuri non lo dice, ma pensarlo è lecito, anche se in verità la collezione è un attraversamento, reso possibile nell’atelier come luogo di creazione e sperimentazione, non tanto di momenti o ambienti, quanto di topoi della storia della moda e del costume, intendendo per storia qualche secolo fa, o qualche decennio.

Dior, la collezione per la PE 2025

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Attaccati e semplificati con crudezza invero infantile, ridotti a pura linea e volume, marsine settecentesche, panier e crinoline si innestano con trapezietti scatolari e gonne da fanciulla in fiore, in un gioco pirotecnico e sincronico reso efficace dalla mancanza di colore. Viene in mente il cinema del primo Peter Greenaway, astratto ma in costume perché nutrito dalla sua precedente pratica di artista minimal. È una prova convincente. Unico neo, la lunghezza soverchia, e la ripetizione non necessaria: un messaggio così richiedeva un distico e un haiku, non un uno sbrodolio di endecasillabi sciolti. I bambini, in fondo, fanno faville in economia di mezzi.

Giambattista Valli, la collezione per la PE 2025

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È introspettivo e lieve, ma per nulla escapista, infine, Giambattista Valli, che come antidoto alle gramaglie del presente suggerisce una introspettiva passeggiata in un giardino marocchino. Troppo colto, ma anche troppo libero, per essere letterale, del Marocco Valli coglie segni, colori e ricchezza, per poi immaginare una fantasia tutta sua di linee liquefatte, volumi arrotondati, solennità ieratica e preziosismi cromatici. È un Valli nuovo, meno denso e carnale, come passato, metaforicamente parlando, dalla pittura ad olio all’acquerello, che convince.

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