Il glamour crudo di Prada, la divertita leggerezza di Emporio Armani
In passerella anche il pragmatismo con tocchi di tempesta per Max Mara, il massimalismo di Roberto Cavalli, la femminilità pagana di Etro
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Visioni di femminilità: un tema sempre attuale sulle passerelle, e per questo infinitamente metamorfico. Cambiano i tempi, cambiano le idee su come una donna può apparire, cambia soprattutto la costruzione degli abiti, per liberare o costringere, suggerendo sempre nuove gestualità, atteggiamenti, portamenti. Del resto, apparire è essere, checché ne pensino quanti amano sminuire l’infinito e pervasivo potere dei vestiti. Il tema è centrale fin dalla fondazione nell’immaginario Prada, nato dalla riproposizione e sovversione di cliché borghesi, classisti e perbenisti.
Quei cliché tornano in pedana adesso, su un labirinto di moquette Liberty snodato su tre piani dentro una scatola fatta di tubi innocenti, e hanno un sapore insieme familiare, come di cose che fanno parte di un patrimonio, anche vestimentario, condiviso, e scabro, ruvido, come di pezzi ritrovati in uno scantinato, o sui banchi di un mercato, e adattati a corpi per i quali non erano stati pensati inizialmente. Per spiegare il continuo allargare, stringere, stirare, spiegazzare - quel che si fa vestendo le bambole - i direttori creativi Miuccia Prada e Raf Simons usano la locuzione “Raw Glamour”, ossia “glamour crudo”: descrizione quanto mai calzante, che ben delinea i vestiti a sacchetto troppo larghi, i boxer rigati stretti alla bell’e meglio, i cappotti che sembrano cadere addosso in maniera sbagliata, i camicioni fiorati. Dice la signora: «Sembra tutto un errore, ma abbiamo lavorato moltissimo su forme e costruzioni, e sul rapporto tra abito e corpo». Le fa eco Simons: «Se pensiamo agli archetipi della bellezza femminile, ci sono molte restrizioni del corpo: qui è libero».
Nonostante i numerosi echi di Martin Margiela - del suo metodo, più che della sua estetica - l’esperimento riesce, non ultimo perché contenuto dentro una cornice fermamente pradesca, dunque autentica. Da MM6, a proposito, si gioca con l’allargare e lo stringere, in una ridefinizione del guardaroba che è secca quanto inventiva.
Dice Giorgio Armani a proposito della collezione Emporio Armani, «le figure femminili che preferisco hanno un certo rigore, ma in Emporio mi piace rompere gli schemi con qualcosa di inaspettato, suggerire un atteggiamento più libero, divertito e noncurante. Perché? Perché no? Nel gioco del vestire, tutto è possibile.» L’assunto non si traduce in anarchia - in queste zone dello spettro modaiolo non sarebbe possibile - ma in una leggerezza divertita nell’esplorare l’eterna contrapposizione di maschile e femminile. Così, la cravatta finisce sopra il cappotto, mentre i semi delle carte da gioco si moltiplicano in forma di dettaglio o ricamo. Il motivo ludico, trattato come decoro, è letterale, ma nelle silhouette più pure la collezione brilla, trovando una dimensione immediata ed elegante.
La concretezza, intesa come desiderio di vestire persone reali, non posatrici con vite instagrammabili o mistress chiuse dentro scatole di vetro, è parte dell’ethos di Max Mara. «Un capo Max Mara è per sempre», dice senza esagerazione il direttore creativo Ian Griffiths, che questa stagione pensa alle figure femminili piene di pathos descritte da Emily Brontë, e inocula nella sua idea di elegante pragmatismo un sentimento di romanticismo tempestoso. L’idea si traduce in una immagine drammatica di donna avvolta in mantelli che toccano terra e gonnone pesanti come cappotti. È una fantasia, certo, ma intrigante, perché cristallizzata un momento prima di diventare teatro.

