Le sfilate di Milano/3

Il glamour crudo di Prada, la divertita leggerezza di Emporio Armani

In passerella anche il pragmatismo con tocchi di tempesta per Max Mara, il massimalismo di Roberto Cavalli, la femminilità pagana di Etro

La sfilata della collezione Prada per l’AI 25-26

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Visioni di femminilità: un tema sempre attuale sulle passerelle, e per questo infinitamente metamorfico. Cambiano i tempi, cambiano le idee su come una donna può apparire, cambia soprattutto la costruzione degli abiti, per liberare o costringere, suggerendo sempre nuove gestualità, atteggiamenti, portamenti. Del resto, apparire è essere, checché ne pensino quanti amano sminuire l’infinito e pervasivo potere dei vestiti. Il tema è centrale fin dalla fondazione nell’immaginario Prada, nato dalla riproposizione e sovversione di cliché borghesi, classisti e perbenisti.

Prada, la collezione per l’AI 25-26

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Quei cliché tornano in pedana adesso, su un labirinto di moquette Liberty snodato su tre piani dentro una scatola fatta di tubi innocenti, e hanno un sapore insieme familiare, come di cose che fanno parte di un patrimonio, anche vestimentario, condiviso, e scabro, ruvido, come di pezzi ritrovati in uno scantinato, o sui banchi di un mercato, e adattati a corpi per i quali non erano stati pensati inizialmente. Per spiegare il continuo allargare, stringere, stirare, spiegazzare - quel che si fa vestendo le bambole - i direttori creativi Miuccia Prada e Raf Simons usano la locuzione “Raw Glamour”, ossia “glamour crudo”: descrizione quanto mai calzante, che ben delinea i vestiti a sacchetto troppo larghi, i boxer rigati stretti alla bell’e meglio, i cappotti che sembrano cadere addosso in maniera sbagliata, i camicioni fiorati. Dice la signora: «Sembra tutto un errore, ma abbiamo lavorato moltissimo su forme e costruzioni, e sul rapporto tra abito e corpo». Le fa eco Simons: «Se pensiamo agli archetipi della bellezza femminile, ci sono molte restrizioni del corpo: qui è libero».

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MM6 Maison Margiela, la collezione per l’AI 25-26

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Nonostante i numerosi echi di Martin Margiela - del suo metodo, più che della sua estetica - l’esperimento riesce, non ultimo perché contenuto dentro una cornice fermamente pradesca, dunque autentica. Da MM6, a proposito, si gioca con l’allargare e lo stringere, in una ridefinizione del guardaroba che è secca quanto inventiva.

Emporio Armani, la collezione per l’AI 25-26

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Dice Giorgio Armani a proposito della collezione Emporio Armani, «le figure femminili che preferisco hanno un certo rigore, ma in Emporio mi piace rompere gli schemi con qualcosa di inaspettato, suggerire un atteggiamento più libero, divertito e noncurante. Perché? Perché no? Nel gioco del vestire, tutto è possibile.» L’assunto non si traduce in anarchia - in queste zone dello spettro modaiolo non sarebbe possibile - ma in una leggerezza divertita nell’esplorare l’eterna contrapposizione di maschile e femminile. Così, la cravatta finisce sopra il cappotto, mentre i semi delle carte da gioco si moltiplicano in forma di dettaglio o ricamo. Il motivo ludico, trattato come decoro, è letterale, ma nelle silhouette più pure la collezione brilla, trovando una dimensione immediata ed elegante.

Max Mara, la collezione per l’AI 25-26

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La concretezza, intesa come desiderio di vestire persone reali, non posatrici con vite instagrammabili o mistress chiuse dentro scatole di vetro, è parte dell’ethos di Max Mara. «Un capo Max Mara è per sempre», dice senza esagerazione il direttore creativo Ian Griffiths, che questa stagione pensa alle figure femminili piene di pathos descritte da Emily Brontë, e inocula nella sua idea di elegante pragmatismo un sentimento di romanticismo tempestoso. L’idea si traduce in una immagine drammatica di donna avvolta in mantelli che toccano terra e gonnone pesanti come cappotti. È una fantasia, certo, ma intrigante, perché cristallizzata un momento prima di diventare teatro.

Blumarine, la collezione per l’AI 25-26

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Le ragioni della femminilità compiaciuta e canonica sono sempre ben rappresentate a Milano. A iniziare da Blumarine, dove David Koma esordisce deludendo, visto che si avventura in territori molto vicini quelli di Nicola Brognano, suo predecessore, popolati da bambole scosciate in tacchi a spillo e stadi vari di svestimento che non si esita a definire misogini. Poi c’è Genny, dove Sara Cavazza Facchini tocca con grazia il tema della seduzione e del luccichio.

Da Roberto Cavalli, Fausto Puglisi si produce in una sperticata fantasia pompeiana leggendo il passato, e le colate laviche, senza nostalgie ma con slancio massimalista, definendo una figura di donna a briglie sciolte. Nel magma di Etro, infine, magnifico brodo primordiale nel quale Marco De Vincenzo fa sobbollire pellicce primitive, stampe pittoriche, non poca contestazione - si legga: ‘68 e dintorni - e molta seduzione, la femminilità prende una piega barbara e pagana che appare naturale e per questo convincente.

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