Il «Miles gloriosus» del 1959
di Stefano Salis
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Magari c’era anche del puro fiuto giornalistico, o forse è proprio una di quelle profezie che si autoavverano, ma l’anno di grazia 1959 era iniziato, almeno per gli americani, con una copertina della rivista «Esquire» destinata a entrare nella storia della cultura: «The Golden Age of Jazz», recitava il titolo. Dentro, la foto iconica di un intero movimento era quella, immortale, di Art Kane, «A Great Day in Harlem», eseguita qualche mese prima. Quattro decadi di jazzisti in uno scatto di gruppo sugli scalini di un brownstone di New York. C’erano (quasi) tutti. Un miracolo di (s)compostezza, equilibrio, gioia, sospensione del tempo. Sì, era – davvero – l’età d’oro del jazz.
Sospensione del tempo: forse sono queste le parole giuste per affrontare – con l’opportuna distanza, ma allo stesso tempo lo stupore estetico e critico e l’entusiasmo che si devono avere nei confronti di un lavoro di monumentale pazienza, passione, competenza, impressionante, dettagliata, conoscenza – un libro che quell’anno scandisce e ripercorre da un punto di vista particolare: la vita di Miles Davis. Lo ha scritto e assemblato (e solo lui, al mondo, poteva farlo) Enrico Merlin: Miles Davis 1959. A day by day chronology. È difficile anche solo concepirlo, un libro così; figuriamoci realizzarlo (con la complicità di un editore orgoglioso della sua alta artigianalità, Andrea Bertelli). Eppure, eccolo qui: un elegante bestione in formato 30x30, tutto a colori, che in 630 pagine segue – giorno per giorno! – la vita e la musica di Miles, con una incredibile ricerca sulla stampa internazionale, con minuziose indicazioni discografiche, note biografiche (fantastico sintagma, nel sublime doppio senso, per Miles), interviste e analisi musicali, la traduzione – è totalmente in inglese e italiano – non dico delle recensioni e dei principali articoli (che si potrebbe anche fare), ma persino dei trafiletti, degli avvisi dei concerti (anche quelli poi non fatti...), e finanche del solo nominare Davis in dischi, recensioni, fattacci altrui. Una fantastica follia, insomma, ma, ovviamente, imperdibile per gli appassionati.
La vita, si diceva: non solo l’opera. Perché, quel 1959, segnò certo il futuro destino della musica del Novecento – e non esagero –, ma, insieme, la piega che di lì in poi avrebbe preso l’atteggiamento di vita di Miles con(tro) il resto dell’universo mondo.
Andiamo con ordine. In quella foto di Art Kane, lui, Miles, non c’è. Ma se solo un musicista doveva “incarnare”, almeno fino a un certo punto dell’anno, l’età d’oro del jazz, era lui. Per tre anni consecutivi (1957-59) miglior trombettista per «Down Beat», in pochi mesi del 1959 fa uscire Porgy and Bess, registra (tra marzo e aprile, in due benedette sessioni, toccate dalla luce divina in una chiesa di Manhattan, e dire che era pure sconsacrata) e pubblica Kind of Blue, l’incommensurabile album – non aggiungo altre, inopportune, parole – che ha cambiato la storia del jazz (e si rilegga il fondamentale omonimo lavoro di Ashley Kahn e l’altro, ottimo, libro di Richard Williams, The Blue Moment. Come Kind of Blue ha cambiato la musica, editi entrambi da un davisiano di ferro come Luca Formenton per Il Saggiatore) e della musica contemporanea. E, poi, la registrazione di «The Sound of Miles Davis» che segnerà il debutto – uno speciale di mezzora, Davis concentratissimo ed elegantissimo, come sempre: nessuno fu più cool di lui nell’ambiente – per la tv CBS, le sessioni per Sketches of Spain, e le riviste più importanti che lo intervistano e ne parlano, anche quelle non musicali. Per colleghi e critici Miles è il faro del jazz moderno. Di più: è già un’icona di stile, si avvia a diventare un mito.
Non basta. Per capire in che atmosfera si svolge tutto questo, e come si stacchi la sua opera da un panorama pur eccezionale, pensate che in quello stesso anno, irripetibile, succedono almeno i seguenti fatti, a dir poco notevoli. Se muoiono Billie Holiday e Lester Young, Dave Brubeck incide «Take Five», il singolo brano jazz più famoso di sempre, soprattutto per chi il jazz non lo mastica, Mingus rilancia con Mingus Ah Uhm (con lo struggente omaggio a Young, «Goodbye Pork Pie Hat»), Coltrane fa “passi da gigante”, il Duca scrive la colonna sonora di Anatomia di un omicidio di Preminger, Ornette Coleman, con The Shape of Jazz to Come apre il free, Bill Evans, Scott La Faro e Paul Motian definiscono una formazione seminale del jazz a venire. Sarebbe un anno, dunque, da «Miles Gloriosus»: in tutto questo bendidio, solo lui, il trombettista di Alton, aveva cambiato “definitivamente” la musica. «Suonare un brano o anche un intero programma è un conto, creare un nuovo linguaggio musicale è tutta un’altra faccenda», nelle sagge parole di Chick Corea.

