Le sfilate di Parigi /6

Il nuovo Valentino secondo Alessandro Michele, promettente e monumentale

L’attesa, prima collezione del direttore creativo per la maison convince per l’impeccabile esecuzione e una sapiente proposta di accessori, ma manca di una necessaria leggerezza

Valentino PE 2025 (REUTERS/Johanna Geron)

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L’attesa spasmodica è rotta da un rumore di passi su specchi rotti - nessuna scaramanzia - in un ambiente fantasmatico riempito di mobili e arredi amorevolmente coperti di teli bianchi, mentre una voce femminile intona una Passacaglia della vita, invitando a gioire e intanto rammentando la finitudine dell’esistere: il disvelamento del Valentino di Alessandro Michele, l’evento più atteso della fashion week parigina, è moltissimo Alessandro Michele, quasi che tra questa sfilata e l’ultima da lui firmata per Gucci non ci fosse stata cesura, con tutto il rischio che il repetita comporta, nella moda e non solo.

Valentino, la collezione per la PE 2025

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«Non posso che essere me stesso», dice il direttore creativo incontrando la stampa alla fine dello show. No, non può esserlo: Michele è un autore dalla segnatura inequivocabile, che essa piaccia o meno. Possiede uno stile, che risiede essenzialmente nella maniera in cui assembla le cose attraversando con leggerezza e puntuale frivolezza decadi e fogge mentre costruisce personaggi, alcuni plausibili, altri tendenti al cosplay.

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Mentre le silhouette si succedono con una certa solennità, in una stanza che potrebbe essere una soffitta, una casa pronta per il trasloco o una nuova magione della quale si sta prendendo possesso - le metafore valgono tutte - la prima impressione è in effetti di aver visto già ogni cosa. I tropi del Michele pensiero sono presenti ed evidenti, ma sono il look, che meritava forse un pensiero meno continuo rispetto al passato, e il coraggio di fare meno.

I pezzi che compongono il look, invece, hanno la precisione aggraziata, l’esattezza soft e il sex appeal garbato di Garavani, e non si riesce bene a distinguere le repliche d’archivio dalle reinterpretazioni - altro tratto distintivo di Michele, che allo zelo dell’archivista unisce sempre la verve del falsario. «Nel relazionarmi con l’eredità di questa maison e con le creazioni del suo fondatore, sono stato naturalmente attratto dalle cose più demodé, che sono sempre quelle che mi parlano», aggiunge. In definitiva, non è una rivoluzione e nemmeno un nuovo avvento - non erano forse nemmeno l’intenzione - ma una cosa è certa: entrando in una maison con cotanta tradizione couture, anche nel prêt-à-porter, Alessandro Michele ha trovato una nuova statura nell’esecuzione. I pezzi sono impeccabili, e il lavoro sugli accessori apre grandi possibilità di business. Quel che manca, al momento, è una certa leggerezza: la levità evocata dalla colonna sonora, ad esempio; un gesto di stile che renda questa escavazione archivistica vitale invece che monumentale. Il coraggio di togliere, ad esempio, potrebbe aprire nuove prospettive.

Non è un rivoluzionario nemmeno Duran Lantik, talento tra i più promettenti nella generazione dei nuovissimi: i suoi esperimenti di modificazione del corpo attraverso imbottiture che gonfiano seni ed estendono fianchi devono molto a Comme des Garçons. A differenza di Kawakubo, però, Lantik è un sensuale, ed è proprio l’unione tra astrazione e fisicità a rendere il suo lavoro così interessante. Niccolò Pasqualetti maneggia i volumi avvolgenti e le forme ampie con una mano eterea e delicata, anche quando gioca con il punk di catene e metalleria assortita. La sua moda ha una freschezza aerea e decorativa che intriga. I sabel Marant, invece, non deroga dalla ricetta che le ha regalato il successo: abiti svelti, femminilità tonica, pochi grilli per la testa e, a questo giro, vaghi riferimenti etnici. Nulla di sorprendente, ma ben fatto e con una idea precisa di cliente, che di questi tempi non è poco.

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