L’insider

Il nuovo volto di Marrakech fra il Macaal e Palazzo El Badi

La colazione al Grand Café de la Poste e un tour nell’ex scuola coranica. Poi lo shopping di tappeti e il retreat nella fattoria berbera. Per gli architetti Karl Fournier e Olivier Marty, la città ha una nuova visione progettuale.

di Mariangela Rossi

Gli architetti Karl Fournier e Olivier Marty, founder dello Studio KO a Parigi e Marrakech. ©Mathieu Salvaing

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Abbiamo deciso di comprare casa a Marrakech e di aprire qui il nostro studio nel 2001: ci venivamo regolarmente in vacanza e ce ne siamo innamorati. Da quando il nostro primo progetto lavorativo in loco ha preso vita, almeno una settimana al mese lasciamo Parigi e passiamo del tempo in città. Qui abbiamo molti amici, sia della comunità francese sia altri expat, ma frequentiamo anche tanti locali. Marrakech è un luogo ricco di contrasti, ed è per questo che è così magnetica. È una città di rara poesia, all’altezza del mito che l’accompagna. Il nostro appartamento, per noi un colpo di fulmine, è adiacente all’ufficio, in un edificio degli anni Venti nella Città Nuova: ricorda un po’ il Palazzo egiziano Yacoubian di ‘Ala al-Aswani, ma anche l’edificio de Una giornata particolare di Ettore Scola, con i locali lavanderia e la terrazza sospesa sul tetto. Vi abbiamo anche installato una piccola palestra, per il nostro staff e per noi. E l’abbiamo arredata appoggiando per terra libri, foto, dipinti, schizzi.

Abbiamo anche una fattoria berbera, Km 33, alle porte del deserto di Agafay, a meno di un’ora dalla città, una residenza d’artista dove andiamo spesso con nostro figlio. Un amico l’ha definita “un inginocchiatoio”, rendendo bene l’idea, perché è perfetta per la meditazione, vi regna la calma più assoluta. Quando ci svegliamo lì, la prima colazione è speciale perché Fatima, la governante, ci vizia con delizie tradizionali, come il Trid, piatto a base di frittelle, pollo e salsa di lenticchie. In città, invece, la prima colazione a casa è frugale, a volte in agenzia con il team, ma se abbiamo tempo ci piace farla all’esterno del Grand Café de la Poste, magari con un taccuino in mano per fermare dei pensieri: è tra i pochi luoghi che riunisce le tre popolazioni della città, marocchini, turisti e residenti stranieri, come un teatro in cui la scena cambia continuamente. Ritroviamo quiete e ispirazione anche al Palazzo El Badi e alla Médersa di Ben Youssef, ex scuola coranica d’architettura arabo-andalusa oggi ben restaurata: pur essendo attrazioni turistiche, sono piuttosto defilate.

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La piscina dell’Amanjena. ©© Robert Rieger

A pranzo andiamo al ristorante L’Italien par Jean-Georges all’interno de La Mamounia e poi passeggiamo nel giardino, oppure da +61, a Guéliz, per la sua cucina inventiva, ma anche da L’Mida, vicino al Mercato delle spezie, e al nuovo Farmers, di proprietà di un giovane marocchino appena tornato da Londra, che ha aperto la sua azienda biologica. Se non lavoriamo (in Marocco stanno finendo tre ville private e costruendo un hotel sul mare, ndr), ci dedichiamo allo shopping. Andiamo da Loft Art Gallery, per scoprire nuovi talenti africani, da Beni Rugs, per i tappeti artigianali berberi, da Jajjah by Hassan Hajjaj, galleria d’arte dove si può anche pranzare. Fronte moda, ci sono la Boutique 170 e la Maisonartc dello stilista Artsi Ifrach, che usa le stampe come paesaggi fantasiosi.

Si avvicina la sera: amiamo cucinare, ma lo facciamo solo a Parigi. In Marocco si esce e ci si ritrova all’aperto. A volte organizziamo feste a base di raclette, ma di solito ceniamo fuori. Spesso all’Amanjena: l’arrivo con il riflesso dell’architettura nell’acqua che diventa uno specchio è magico e poi ammiriamo molto il lavoro del compianto Ed Tuttle, che progettò l’hotel. Per la cucina tipica c’è Sahbi Sahbi, gestito da sole donne, di cui abbiamo curato gli interni, o Dar Yacout, con gli arredi di Bill Willis, ma ci piace anche mangiare kebab cotti su fuoco di legna in piazza Jamaa el Fna. Per dormire, consigliamo il Riad Dar Rbaa Laroub, dell’amico Jean-Noël Schoeffer: lì abbiamo conosciuto, tra gli altri, Azzi Glasser, con cui ideiamo tutte le fragranze per i nostri clienti, e Jean-Louis Froment, che ci ha introdotti all’arte contemporanea. E poi il Riad Mena, per la sua eleganza e la gentilezza della proprietaria, Philomena Schurer.

Il patio interno Musée Yves Saint Laurent Marrakech. ©Dan Glasser

La domenica, di solito, è dedicata ai tour culturali. Supportiamo la scuola di cinema Esav, facciamo spesso tappa al Macaal (Musée d’Art Contemporain Africain Al Maaden) e al Map - Monde des Arts de la Parure, ricco di ornamenti e gioielli, o al Musée Yves Saint Laurent: non solo perché ne condividiamo la storia più intima, avendo collaborato nella realizzazione per Pierre Bergé (storico compagno del couturier, ndr), ma perché più che un museo, è un centro culturale e ospita sempre film, mostre, conferenze, concerti.

Tappeto Fields, BENI RUGS (764 $).

È anche possibile, su appuntamento, visitare Villa Oasis, ex dimora del pittore Jacques Majorelle e anche degli stessi Pierre Bergé e Yves Saint Laurent, che confina con il giardino. Uno dei posti più belli da vedere in Marocco. Scegliere Marrakech è stata una decisione che ha cambiato, in meglio, la nostra vita.

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