Il Papa in Iraq, visita storica e «passo verso la fratellanza»
Con la visita in Iraq, voluta a tutti i costi, il Papa non ha compiuto solo un pellegrinaggio ma ha inviato un messaggio politico importante
di Carlo Marroni
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Una strada nuova aperta verso il mondo musulmano sciita, una variabile formidabile nello scacchiere dell’area. La visita in Iraq, voluta a tutti i costi e in mezzo a rischi sia di sicurezza che di contagio, è stata per il Papa sempre e solo un pellegrinaggio, ma come sempre nella sua azione pastorale si trasforma nel tempo in qualcosa di più duraturo, anche in politica.
L’entusiasmo di Biden
«Una visita storica» commenta il presidente americano Joe Biden, cattolico, che nei prossimi mesi dovrebbe essere ricevuto da Bergoglio in Vaticano. Il Papa, dice il presidente, «ha inviato un messaggio importante che la fraternità è più duratura del fratricidio, che la speranza è più potente della morte, che la pace è più potente della guerra». E ancora: «Ammiro il Papa per il suo impegno nel promuovere la tolleranza religiosa, i comuni legami della nostra umanità e la comprensione tra le varie fedi».
A due anni dal documento di fratellanza di Abu Dhabi
Parole non scontate, specie se si considera l’incontro con l’ayatollah Al-Sistani, guida carismatica della maggioranza religiosa sciita dell’Iraq, e iraniano di nascita. È un passo «verso la fratellanza umana» dice il Papa ai giornalisti sul volo di ritorno a Roma, incontro che arriva due anni dopo il documento di fratellanza di Abu Dhabi siglato con la leadership sunnita, che ha poi portato all’enciclica Fratelli Tutti. «L’Ayatollah Al Sistani ha una frase che cerco di ricordare bene: gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione». Un viaggio che lascerà traccia profonda nel pontificato, per la visita a Mosul e la città di Qaraqosh, dove la comunità cristiana fu scacciata e in parte massacrata dall’Isis, ma anche per la preghiera a Ur, ai piedi della casa di Abramo.
Francesco «rinasce» dopo 15 mesi
Era il primo viaggio dopo 15 mesi, e Francesco ha raccontato come ha vissuto questa lunga quarantena: «Dopo questi mesi di prigione, davvero mi sentivo un po’ imprigionato, questo viaggio è stato per me rivivere. Io mi sento diverso quando sono lontano dalla gente nelle udienze». Un augurio, con la sottolineatura che tutte le direttive governative vanno seguite senza eccezioni, visto tra l’altro che una nuova stretta in Italia è in arrivo: «Vorrei ricominciare le udienze generali al più presto. Speriamo che ci siano le condizioni, in questo io seguo le norme delle autorità. Loro sono i responsabili e loro hanno la grazia di Dio per aiutarci in questo, sono i responsabili nel dare le norme. Ci piacciano o non ci piacciano, i responsabili sono loro e devono fare così».
Il doppio diritto alla migrazione
Un passaggio importante della conversazione è sui migranti: «La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare e non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano» dice, e racconta di aver incontrato il padre di Alan Kurdi, il bimbo siriano di tre anni il cui corpo senza vita si arenò nel 2012 sulle spiagge turche di Bodrum: «È un simbolo che va oltre bambino morto nella migrazione. È il simbolo di civiltà morte, che muoiono, che non possono sopravvivere, il simbolo di umanità. Ci vogliono urgenti misure perché la gente abbia lavoro al suo posto e non abbia bisogno di migrare e anche misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere, perché non è soltanto ricevere e lasciarli sulla spiaggia ma anche accompagnare, farli progredire e integrarli».
