Il progetto per la recidiva zero dei detenuti: creare un ponte tra carcere e società
Si vuole portare lavoro e istruzione al centro di un grande progetto di inclusione sociale che veda protagonisti imprese, sindacati, volontariato, sistema scolastico e universitario e enti locali
di Carlo Nordio e Renato Brunetta
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Gettare un ponte tra il carcere e la società, portando il lavoro e l’istruzione al centro di un grande progetto di inclusione sociale che veda protagonisti le imprese, i sindacati, il volontariato, il sistema scolastico e universitario e gli enti locali. È l’occasione per trasformare gli interessi di cui i corpi intermedi sono portatori in responsabilità e virtù civiche, cioè in un valore aggiunto per la comunità, attraverso una operazione che è vantaggiosa per tutte le parti in causa: per i detenuti, a cui sarebbe offerto un percorso autentico di risocializzazione; per la società e l’economia, che vedrebbero trasformata la spesa del sistema penitenziario in investimenti produttivi; e per le vittime dei reati, a cui sarebbe restituita anzitutto la speranza che il male da loro sofferto non si ripeta, e nel cui fondo dedicato sarebbe convogliata una quota della ricchezza prodotta.
È quella che si dice una scommessa win-win-win, da vincere in tre: detenuti, società e vittime. Il Ministero della Giustizia e il Cnel hanno deciso di affrontarla insieme. E con un accordo interistituzionale assumono l’impegno di garantire percorsi di formazione e lavoro per contrastare la recidiva e dare compiuta applicazione al principio costituzionale di rieducazione della pena.
Il lavoro che manca
Perché la pena ha un senso se porta l’occasione di una rivoluzione interiore e di un cambiamento reale. Di questo cambiamento il lavoro è il laboratorio di una ricostruzione della persona. Ma in carcere il lavoro è ancora merce rara. Alla fine del 2022 su una popolazione carceraria di quasi 60mila persone, sono poco meno di ventimila i detenuti che lavorano, ma la stragrande maggioranza di loro, più di diciassettemila, sono impegnati alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria in impieghi intramurari di tipo domestico, industriale, artigianale e agricolo, per i quali percepiscono una remunerazione pari ai due terzi di quanto stabilito dei contratti collettivi nazionali di lavoro, hanno diritto alle ferie remunerate, alle assenze per malattia e ai contributi assistenziali e pensionistici. Per loro nel 2022 lo Stato ha pagato 121milioni di euro, un impegno finanziario significativo a cui, tuttavia, non corrisponde un effettivo reinserimento. Sono invece solo 2608 i detenuti che lavorano per conto di imprese e associazioni private o del terzo settore, spesso all’esterno del carcere in attività di concreta risocializzazione.
Questi numeri raccontano «un cronico e gravissimo problema di effettività», che già la commissione per la riforma del diritto penitenziario, presieduta alcuni anni fa dal giurista Glauco Giostra, aveva evidenziato «nello scarso sviluppo del mercato del lavoro penitenziario, sia in termini di numero di posti, che di qualità dell’offerta».
A dispetto di decine di protocolli e progetti firmati in questi ultimi anni con imprese e associazioni più o meno da tutti gli istituti penitenziari della penisola, il risultato è che il carcere e la società sono ancora due universi separati e incapaci di comunicare. Perché anche le più lodevoli iniziative non fanno sistema, se poggiano unicamente sulla responsabilità e talvolta sulla solitudine dei singoli direttori delle carceri.
