Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Francesco Prisco
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«Everywhere is war». C’è guerra ovunque, denunciava Bob Marley in uno dei pezzi più importanti della sua produzione, per qualcuno il più importante della storia del reggae. Un pezzo che, comunque la vogliate mettere, offre un innegabile «contributo al dibattito internazionale su questioni di ingiustizia, resistenza, amore e umanità». Le stesse motivazioni che l’agenzia culturale delle Nazioni Unite usa per inserire il reggae, la musica giamaicana per eccellenza, nel patrimonio Unesco, nel bel mezzo della lista dei Beni immateriali dell’umanità. Senza Giamaica non avremmo avuto il reggae.
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C’era una volta la Island Records
E neppure ska, rock steady e dub ci sarebbero arrivati senza la ex colonia della Gran Bretagna che, soltanto il 6 agosto 1962, si guadagnò l’indipendenza dal Regno Unito. Giusto pochi mesi prima dell’uscita di Agente 007 – Licenza di uccidere, primo film della saga che proprio nell’isola caraibica aveva uno dei set principali. Da allora abbiamo imparato a (ri)conoscere e amare quella tropicale lingua di terra di appena 10mila chilometri quadrati per Jimmy Cliff e Peter Tosh, per Toots and the Maytals e Bunny Livingston, per Shaggy e Sean Paul ma soprattutto per sua maestà Robert Nesta Marley. Presi insieme, gli alfieri del Jamaican sound hanno venduto più di cento milioni di dischi in tutto il mondo. Performance notevole che ha contribuito in buona parte ad arricchire quel geniaccio di Chris Blackwell, discografico inglese che ebbe la fortuna di trascorrere l’infanzia nelle Antille, si accorse prima di tutti del grande potenziale della musica che si produceva da quelle parti e nel ’59 fondò la Island Records, etichetta indipendente che di fatto lancerà tutti gli eroi del genere. E oggi appartiene alla galassia della major Universal Music.
Fantasie «in levare»
Qual è il tratto distintivo di tutta la musica giamaicana? Nessun dubbio a riguardo: il ritmo in levare, quel divertimento percussivo a volte veloce (vedi alla voce ska), altre lento (reggae) o lentissimo (dub) che accomuna le composizioni roots dei Melodians ai più moderni rappettini di Sean Kingston. Una soluzione che in tutta evidenza viene da lontano. Provate ad ascoltare la musica popolare etiopica: ci troverete in stato embrionale le stesse suggestioni ritmiche. E non potrete fare a meno di pensare che certe fantasie in levare siano arrivate in Giamaica direttamente dall’Africa, sulle navi negriere che per secoli solcarono l’Atlantico.
L’epopea dei sound system
Negli anni Cinquanta l’isola caraibica è ancora una colonia britannica dal paesaggi mozzafiato e povertà assoluta. I giovani provano a voltarsi dall’altro lato, a divertirsi scimmiottando usi e costumi della contemporanea cultura afro-americana. Vanno per la maggiore i sound system, impianti musicali viaggianti che nel giro di pochi minuti ti portano la festa nel ghetto. La figura del dj, come la intendiamo oggi, nasce a Kingston in quegli anni: è il maestro di cerimonie che infila i dischi sui piatti senza soluzione di continuità, dettando i tempi della festa mobile. Gli eroi di questa particolarissima epopea si chiamano Clement «the Downbeat» Dodd e Duke «The Trojan» Reid. E inventano un concetto di grande avvenire: il re-mix.