Big-tech nel mirino della Procura milanese: in 10 anni recuperati al Fisco 4 miliardi
In tutte le indagini sulle web company il grimaldello della Procura - in assenza appunto delle Global Tax, partorite in anni più recenti e oggi messe al bando da Donald Trump - è stata la contestazione della «stabile organizzazione». Da ultimo, nei confronti di Google, replicata la transazione “forzata” del 2017
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I punti chiave
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La chiusura, il 19 febbraio, dell’indagine sulla branch italiana di Google, suggellata dal pagamento di 326 milioni di euro (con la contemporanea caduta delle ipotesi di reato di evasione fiscale), rappresenta l’ennesimo successo della strategia a doppio binario della Procura di Milano per il contrasto all’elusione tributaria delle cosiddette big-tech. Un braccio di ferro ormai decennale, in cui la magistratura della capitale finanziaria del Paese, nello storico vuoto delle regole internazionali sul tema ha battuto i sentieri della “vecchia” fiscalità diretta (la “stabile organizzazione” per imputare i redditi prodotti in Italia e le relative aliquote) e, più recentemente, di quella indiretta (il “valore aggiunto” determinato dalla ricezione e utilizzo dei dati sensibili degli utenti).
L’inchiesta bis su Google
L’archiviazione chiesta dalla Procura nei confronti della società dell’algoritmo di ricerca è il corollario, appunto, dell’“assegno”di 326 milioni di euro staccato da Mountain View un paio di mesi fa per “regolarizzare” le annualità 2015-2019 notificatele dall’agenzia delle Entrate. Per Google è una semplice transazione, che non comporta alcun riconoscimento dell’impostazione accusatoria; per la procura di Milano, un comportamento concludente che fa cadere l’ipotesi dell’evasione fiscale, tramutandola semmai in «elusione» e abuso del diritto attenuati dalla complessità dell’interpretazione di norme. In estrema sintesi, e come al solito nel rito milanese, stop all’azione penale in cambio dell’assegno erariale.
Per Google l’esito è singolarmente e sfavorevolmente identico a quello della precedente azione condotta dalla Procura otto anni fa: la stessa web company californiana aveva già risarcito il Fisco italiano nel 2017 con 306 milioni, chiudendo con il solito schema del “doppio binario” le pendenze tributarie del quinquennio precedente insieme all’inchiesta penale.
Le altre indagini
Gli albori della strategia fiscale contro le big-tech risalgono però al 2015, con la prima transazione alla vigilia di San Silvestro, quando Apple pagò all’agenzia delle Entrate 318 milioni di euro. Caso apripista, questo, replicato più volte con Google, appunto, poi Amazon (100 milioni) e Facebook con altri 100 milioni fino alle inchieste più recenti contro Netflix (55,8 milioni)
La stabile organizzazione
In tutte queste indagini il grimaldello della Procura - in assenza appunto delle Global Tax, partorite in anni più recenti e oggi messe al bando da Donald Trump - è stata la contestazione della «stabile organizzazione», per lo più occulta delle divisioni, operative italiane. Dalla rete di raccolta pubblicitaria fino alla rete spersonalizzata dei server di distribuzione del segnale video, la “fictio iuris” della Procura è consistita nel portare sotto l’ombrello della fiscalità del ’900 le varie forme di elusione e di fuga dall’aliquota fiscale sui redditi maturati in Italia.


