Il ritorno di Azione
La lunga strada e il riapparire sulla scena politico-culturale del termine Azione e con esso del suo derivato azionista
di Aldo Berlinguer
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Dopo tanti anni di oblio si è riaffacciato, sulla scena politico-culturale, il termine Azione e con esso il suo derivato azionista. Nella comunicazione immaginifica di oggi esso evoca, specie nei giovani, la sensazione del movimento, di un pensiero finalmente concreto, orientato al fare, che rompe gli indugi della politica chiacchierata, dei salotti, delle pastoie burocratiche. Mentre azionista restituisce l'idea del cittadino partecipe che si impegna per il bene comune, avvertendolo come proprio.
Trasmette quindi novità questo redivivo termine Azione mentre in pochi ne ricordano le origini, le radici profonde, che pure ci sono, come ci racconta il noto saggio di De Luna (Storia del Partito D'Azione, Utet 2006).
Giuseppe Mazzini
La storia politica italiana ricorda infatti ben due Partiti d'Azione. Uno fondato da Giuseppe Mazzini per concepire ed accompagnare il grande progetto unitario italiano, fondato sul suffragio universale, sulle libertà (di pensiero, di riunione, di stampa ..) e sulle responsabilità, della politica e delle istituzioni. E di tale progetto il Partito fu davvero ispiratore, sino a subirne gli esiti, così come subì le vicende, a dir poco rocambolesche, della vita del suo fondatore (ce lo racconta Franco della Peruta, Mazzini e rivoluzionari italiani. Il Partito d'azione, Feltrinelli 1974).
Durò poco questo grande Partito, dal 1853 al 1867, subendo invariabilmente i contraccolpi delle sconfitte belliche di quegli anni (in Aspromonte e a Mentana) e delle condanne a morte comminate a Mazzini, il quale, esule, venne nondimeno eletto, per ben tre volte, al Parlamento di Firenze, nel collegio di Messina. Per due volte le elezioni vennero annullate. Alla terza rielezione la Camera convalidò ma Mazzini rifiutò la carica per non dover giurare fedeltà allo Statuto Albertino.
Carlo e Nello Rosselli, Emilio Lussu e Alberto Tarchiani
La scomparsa di Mazzini, nel 1872, non determinò però il venir meno del sogno repubblicano che il Partito d'Azione propugnava. Anzi, a quel progetto, negli anni successivi, aderirono in molti, unendo sigle e movimenti, di diversa ispirazione, che trovarono un'unità comune nel circolo Giustizia e Libertà, di Carlo e Nello Rosselli, Emilio Lussu e Alberto Tarchiani. Non a caso il primo numero di quella Rivista, recitava testualmente così: «Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti e fondiamo un'unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito, “Giustizia e libertà” è il nome e il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile.»

