A tu per tu con Angelo Binaghi

«L’ascesa di Sinner e il sistema Italia che parte da lontano»

La straordinaria risposta del pubblico a Torino e Roma, il balzo dei tesserati, il nodo irrisolto dei diritti tv

Il manager. Angelo Binaghi, cagliaritano, classe 1960, ingegnere  ed ex tennista, guida la Federazione italiana tennis e padel  dal dicembre 2000.

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Snocciola i numeri, uno dopo l’altro, con pause calcolate, e gli sorridono anche gli occhi chiari. Rivendica i risultati di vent’anni di gestione, ora sotto gli occhi di tutti – tra la Coppa Davis e le Atp Finals a Torino, oltre agli Internazionali d’Italia a Roma – ma frutto di un lungo percorso. Guarda avanti, ai prossimi obiettivi, a cominciare dalla «madre di tutte le battaglie», quella dei diritti tv «per restituire il tennis agli italiani».

È anche legittimo, per certi versi, che il racconto di Angelo Binaghi, 63 anni e presidente della Federazione italiana tennis (e padel), si vesta di accenti epici: abbiamo Jannik Sinner, 22 anni, campione agli Australian Open, e con lui un gruppo giovane e affiatato che nello scorso novembre ci ha fatto sognare vincendo la coppa Davis per la seconda volta nella storia. Tutto inimmaginabile fino a pochi anni fa. Neanche il tempo di far decantare l’entusiasmo, dopo la visita del 1° febbraio al Quirinale (con un preparatissimo presidente Mattarella), che il 22enne di San Candido trionfa a Rotterdam, Jasmine Paolini conquista Dubai, il “ripescato” Luca Nardi elimina un incredulo Djokovic a Indian Wells.

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«Quando sono arrivato – ricorda Binaghi – qui era un fallimento, ho trovato la Federazione peggiore d’Italia: non avevamo un soldo, non avevamo un giocatore, i tesserati erano meno di 130mila. Lo scorso anno abbiamo chiuso a 821mila, nel 2024 puntiamo al milione». Una crescita lenta e costante con uno slancio nel 2020, quando il Covid ha favorito il tennis (sport individuale e quindi consentito), e un balzo propiziato dall’«arrivo delle Finals e dal fenomeno Sinner. Il fatturato del gruppo Fitp ha superato i 185 milioni di euro nel 2023, nel 2024 puntiamo a 200 milioni. Nel 2001 eravamo a 16,7 milioni».

Ex tennista, numero 16 italiano, forte soprattutto in doppio («ero un attaccante puro, avevo una buona volée di rovescio, un discreto servizio»), Binaghi giocava e studiava Ingegneria nella sua Cagliari («tutti 30, salvo quattro 28», sottolinea) dove continua a esercitare la professione quattro-cinque giorni alla settimana «compresi il sabato e la domenica, in cui lavoro meglio». Eletto nel consiglio della federazione nel ’97, ne diventa il presidente alla fine del 2000, ora c’è all’orizzonte il settimo mandato avendo uno sfidante dal nome che pesa, Corrado Barazzutti (si definirà tutto entro l’autunno). Un lungo dominio, lo riconosce schiettamente: «È vero, la federazione è stata un monolite, questo ci ha permesso di poter programmare nei tempi giusti e di poter fare scelte sempre orientate al massimo dell’efficienza. La classe dirigente che io rappresento, è sicuro ed è giusto, continuerà a governare il tennis italiano, con o senza Binaghi», osserva, prima di ricordare che il contributo dello Stato, attraverso Sport e Salute, è di 11 milioni… «la federazione si autofinanzia, essenzialmente con gli incassi degli Internazionali e delle Finals». A chi lamenta che i biglietti sono troppo cari (a Torino, il cui fatturato dell’anno scorso è stato di 65 milioni, si va da 49 a 815 euro) replica che «forse costano troppo poco, se è vero che le vendite delle Finals viaggiano a più del 254% e prima dell’estate prevediamo il sold out. Il dato nuovo è che siamo all’inizio dell’anno e Sinner è già qualificato. In ogni caso il biglietto più popolare costa sempre meno di una curva calcistica, lì però lo spettacolo è nazionale e dura 90 minuti, il nostro è un incontro tra i migliori otto al mondo».

Di tutto questo parliamo nell’ufficio allo stadio Olimpico, ma la federazione sarà lì ancora per poco perché ha acquistato una nuova sede (per 17,8 milioni) «sopra Monte Mario. È un immobile vincolato, un ex convento di suore dove fino a qualche mese fa c’era Deloitte che si è trasferita in via Veneto. Stiamo facendo una veloce ristrutturazione, in autunno ci andremo tutti insieme. A Roma oggi siamo sparsi in quattro sedi che ospitano televisione, federazione, comitato regionale, servizi. Finalmente ci riuniamo, lavoreremo con maggiore efficienza, e anche maggior economia: non pagheremo più affitti». La Fitp è una macchina in cui lavorano «212 dipendenti, tra tv, settore tecnico, amministrazione, comitati regionali. Poi ci sono i collaboratori con i quali arriviamo a mille, senza contare i “saltuari” degli Internazionali d’Italia. Vanno aggiunti circa 10mila giudici arbitri che paghiamo con le diarie previste dal regolamento». Sul territorio nazionale sono attive 3.943 società sportive, con la Lombardia in testa, «siamo trascinati dal fenomeno del padel, ora stiamo per lanciare il pickleball». No presidente, parliamo di tennis... la federazione come aiuta, concretamente, i giocatori che muovono i primi passi e non hann0 i mezzi per sostenere la vita del tennista? «Il nostro sistema non perde per strada nessuno: a coloro che hanno la possibilità di diventare giocatori di alto livello dà tutte le opportunità per sviluppare al meglio le proprie capacità sin da quando sono giovanissimi. Lo fa attraverso la formula del prestito d’onore: diamo tra i 5mila e i 30mila euro all’anno a fronte della sottoscrizione di un contratto che regola non solo i comportamenti cui è tenuto il giocatore e le modalità di erogazione da parte nostra, ma anche gli aspetti etici e l’obbligo del giocatore negli anni successivi a rispettare le convocazioni in nazionale, in coppa Davis e nella Billie Jean King Cup (la Davis femminile, ndr). Nel caso in cui questo non avvenga, i soldi devono essere restituiti con gli interessi». Alla radice, spiega, c’è stato anche un cambiamento nell’impostazione: un tempo i giocatori venivano notati in un’età abbastanza alta, presi e spediti nel centro tecnico nazionale. Adesso vengono intercettati prima e accompagnati nel tempo, partendo dai centri tecnici periferici e poi, in base all’età, arrivando al vertice: i due centri tecnici nazionali. «In questo percorso chi gioca non viene sradicato ma lasciato nel suo habitat e sostenuto non solo economicamente, con il prestito d’onore, ma anche con il personale federale: allenatori, preparatori atletici, fisioterapisti, mental coach». Molti azzurri hanno scelto la strada del prestito d’onore (compreso Sinner: l’aveva firmato il 7 settembre 2018), che può essere anche “full”, cioè più consistente, da 70mila euro. È la somma concessa «ai tennisti che sono già nell’Atp ma devono entrare nel circuito maggiore: li proteggiamo spingendoli a fare i tornei di più alto livello, superando la tendenza a scegliere i challenger nei quali vinci più facilmente ma rinunci a investire per fare il salto di qualità».

Una politica che ha permesso di chiudere il 2023 con 18 italiani nei primi 200 del mondo, quasi tutti ventenni, da Cobolli a Nardi, da Darderi a Zeppieri. «Dietro Sinner c’è un sistema», è il messaggio, come del resto mostrano i moschettieri della Davis (guidati da capitan Volandri) Matteo Arnaldi, Lorenzo Sonego, Lorenzo Musetti, Andrea Vavassori, il veterano Simone Bolelli (senza dimenticare Matteo Berrettini, che sta provando a tornare in pista nel challenger di Phoenix). Certo, peccato che il Sud Italia non sia rappresentato, vien da dire. «Abbiamo uno junior del calibro di Federico Cinà. È di Palermo», ribatte pronto, riferendosi al quasi 17enne che sta facendo benissimo al proprio livello.

Intanto si guarda lontano, al prossimo quinquennio delle Finals («Torino? Milano? Dipenderà dal Governo, dall’Atp e anche in parte dai grandi sponsor») e alla Davis («ci piacerebbe partecipare e cercare di vincere l’aggiudicazione delle finali dei prossimi anni, anche quelle sono indoor e quindi parliamo di Nord Italia, come area di riferimento»). Prima, però, ci sono gli Internazionali, in programma a Roma dal 6 al 19 maggio: «Abbiamo una crescita anno su anno delle vendite dei biglietti pari al 47%, a oggi l’incasso tocca i 14 milioni. Nel 2001 fu di un milione, l’anno scorso di 22 milioni e mezzo». Seguono a ruota le Olimpiadi a Parigi, in cui siamo decisamente competitivi. Ma Binaghi rimane freddo: «Sono la settima competizione in ordine di priorità: preferisco vincere Roma, Torino, la Davis, quattro Slam… poi ci sono anche le Olimpiadi, ma nel tennis contano meno».

In questo quadro idilliaco, una spina nel fianco c’è, e ritorniamo ai toni epici iniziali: la sfida per i diritti tv. Il canale della federazione, Supertennis, in questo momento trasmette i challenger, la Billie Jean King Cup, la Coppa Davis “degli altri” (le partite dell’Italia sono trasmesse dalla Rai e da Sky), gli Us Open in esclusiva, le 25 tappe del Premier Padel, con un ascolto medio pari a 21.729 spettatori.

È impotente di fronte a Sky, che detiene i diritti praticamente di tutto il tennis che conta fino al 2028, al di fuori dell’Australian Open e del Roland Garros in mano a Eurosport e, come detto, dello Slam americano. «La battaglia per il tennis in chiaro è stata e sarà la madre di tutte le nostre battaglie, siamo disposti a qualunque sacrificio pur di consentire a milioni di italiani di poter vedere lo sport in chiaro e di potersi innamorare delle gesta di Jannik e di tutti gli altri nostri ragazzi», insiste con l’accento sardo ritmato Angelo Binaghi, mentre lo sguardo si fa improvvisamente serio.

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