Il teatro dionisiaco di Valentino, i cinici standard di Balenciaga
Alessandro Michele ribadisce la sua cifra di associazioni inaudite, Demna provoca evocando il product placement. Convince il talento di Duran Lantink
3' min read
3' min read
E se l’epoca dello storytelling fosse finita? A Parigi si narrano ancora storie sensazionali, almeno quanto ci si focalizza solo sulle cose, sui vestiti, al massimo espandendo la riflessione al rapporto tra abito e corpo. L’urgenza è il sentimento che Demna vuole evocare da Balenciaga: il desiderio impellente che nella moda manca da troppo e che cattura un attimo fuggente; il sacro Graal cui tutti aspirano per tornare a vendere. Acuto commentatore del presente, ma anche cinico, Demna identifica questa urgenza con le molte sfumature della normalità: gli standard adottati da diversi gruppi sociali per conformarsi al loro status scelto o imposto.
Lo show si svolge dentro un labirinto delimitato da una tenda nera; si apre con abiti formali, prosegue con variazioni sull’abbigliamento sportivo, inclusi piumini leggeri come quelli di Uniqlo e una collaborazione con Puma, per concludersi con gli abiti da sera. Il risultato è un esercizio alquanto crudo, e molto diretto, di product placement, che riduce la moda a mera transazione: noi vendiamo, tu compri.
Lo storytelling da Valentino è così ricco di significati e strati, così sovrastimolante per gli occhi e le orecchie, così meravigliosamente eseguito, da travolgere la moda. Subito la notizia essenziale: Alessandro Michele non cambia metodo o estetica: crea remix balzani o in apparenza sconclusionati di pezzi che sono repliche vintage selezionate dall’archivio, o cose nuove che sembrano già vintage. Inutile cercare la svolta: la sigla autoriale di Michele non è il cosa ma il come; il suo linguaggio lavora per associazioni inaudite.
La sfilata, adesso, si svolge in un bagno pubblico - il posto in cui tutti siamo uguali - immerso in un rosso profondo. I modelli escono dai cubicoli, che cessi non sono ma li ricordano, e sembrano tutti colti in uno stadio intermedio ma non finale della vestizione: la testa è fasciata ma la parrucca non c’è; i tiranti tendono gli zigomi ma li si vede bene; il body è slacciato. È un gran carnevale, come si vede nei club, o forse si vedeva.
Nel testo di accompagnamento Michele parla con prosa squisita di ricerca sull’intimità, sul meta-teatro che è l’atto di vestirsi come operazione di definizione di un’identità. Sono parole ineffabili e cogenti, che nella collezione, così pesante, non si vedono. Ma non è questo il problema. Ci si chiede piuttosto quanto l’operazione - una copia carbone, dal punto di vista aziendale e di immagine, di ciò che è stato fatto da Gucci - si adatti a Valentino. Consapevole della frizione, ma sincero ammiratore di Valentino Garavani, Michele ammette: «Lui era apollineo, innamorato della perfezione. Io sono dionisiaco». Il dubbio permane.


