Le sfilate di Parigi/6

Il teatro dionisiaco di Valentino, i cinici standard di Balenciaga

Alessandro Michele ribadisce la sua cifra di associazioni inaudite, Demna provoca evocando il product placement. Convince il talento di Duran Lantink

Valentino AI 25-26

3' min read

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E se l’epoca dello storytelling fosse finita? A Parigi si narrano ancora storie sensazionali, almeno quanto ci si focalizza solo sulle cose, sui vestiti, al massimo espandendo la riflessione al rapporto tra abito e corpo. L’urgenza è il sentimento che Demna vuole evocare da Balenciaga: il desiderio impellente che nella moda manca da troppo e che cattura un attimo fuggente; il sacro Graal cui tutti aspirano per tornare a vendere. Acuto commentatore del presente, ma anche cinico, Demna identifica questa urgenza con le molte sfumature della normalità: gli standard adottati da diversi gruppi sociali per conformarsi al loro status scelto o imposto.

Lo show si svolge dentro un labirinto delimitato da una tenda nera; si apre con abiti formali, prosegue con variazioni sull’abbigliamento sportivo, inclusi piumini leggeri come quelli di Uniqlo e una collaborazione con Puma, per concludersi con gli abiti da sera. Il risultato è un esercizio alquanto crudo, e molto diretto, di product placement, che riduce la moda a mera transazione: noi vendiamo, tu compri.

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Lo storytelling da Valentino è così ricco di significati e strati, così sovrastimolante per gli occhi e le orecchie, così meravigliosamente eseguito, da travolgere la moda. Subito la notizia essenziale: Alessandro Michele non cambia metodo o estetica: crea remix balzani o in apparenza sconclusionati di pezzi che sono repliche vintage selezionate dall’archivio, o cose nuove che sembrano già vintage. Inutile cercare la svolta: la sigla autoriale di Michele non è il cosa ma il come; il suo linguaggio lavora per associazioni inaudite.

Valentino, la collezione per l’AI 25-26

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La sfilata, adesso, si svolge in un bagno pubblico - il posto in cui tutti siamo uguali - immerso in un rosso profondo. I modelli escono dai cubicoli, che cessi non sono ma li ricordano, e sembrano tutti colti in uno stadio intermedio ma non finale della vestizione: la testa è fasciata ma la parrucca non c’è; i tiranti tendono gli zigomi ma li si vede bene; il body è slacciato. È un gran carnevale, come si vede nei club, o forse si vedeva.

Nel testo di accompagnamento Michele parla con prosa squisita di ricerca sull’intimità, sul meta-teatro che è l’atto di vestirsi come operazione di definizione di un’identità. Sono parole ineffabili e cogenti, che nella collezione, così pesante, non si vedono. Ma non è questo il problema. Ci si chiede piuttosto quanto l’operazione - una copia carbone, dal punto di vista aziendale e di immagine, di ciò che è stato fatto da Gucci - si adatti a Valentino. Consapevole della frizione, ma sincero ammiratore di Valentino Garavani, Michele ammette: «Lui era apollineo, innamorato della perfezione. Io sono dionisiaco». Il dubbio permane.

Duran Lantink è un vero fuoriclasse, e la star indiscussa della stagione. Presenta in un grande ufficio, mentre dalle scrivanie il coro della Sorbona intona dal vivo il paragrafo 7 del compositore inglese Cornelius Cardew. Apre la sfilata una donna che indossa un torso prostetico maschile, chiude un uomo con un seno finto e abbondante, e in mezzo ci sta un ampio catalogo del modo unico di Lantink di ridisegnare il corpo: tailoring e bomber con scollature rialzate e spalle spioventi, gonne a tenda che sporgono sui fianchi, jeans “bareback” che lasciano i glutei completamente esposti, animalier e tartan che si mescolano. Tanti ed evidenti gli accenni a Kawakubo, almeno concettualmente, ma il linguaggio di Lantink è tutto suo: sessuale, edonista e libero, con una crudezza tipicamente olandese.

Da Ottolinger, Christa Bösch e Cosima Gadient indagano l’atto della reinvenzione quotidiana e le numerose possibilità e identità che una donna può cogliere al mattino quando si veste. Gli abiti che concepiscono sono altamente processuali e consentono molte possibilità in termini di indosso e utilizzo. Il loro è davvero un credo liberatorio.

Lacoste AI 25-26 (Photo by Bertrand GUAY / AFP)

Pelagia Kolouturos continua a dare credibilità alla moda di Lacoste in un modo che è organico allo spirito del marchio, non spurio come in passato. Questa nuova prova è la più convincente fino ad ora: un mix di pragmatismo e opulenza che ricorda il primo Prada Sport e Miu Miu, uniti in un segno scattante e veloce. Niccolò Pasqualetti, infine, si conferma latore di una lingua lieve e geometrica ma piena di poesia.

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