Policy

Il traffico illecito dei beni culturali è fenomeno globale

Il sogno di un mercato dell’arte che si autoregola tra soft law e codici di condotta, senza che i paesi del G7 non sottoscrivano i medesimi trattati internazionali resta affidata solo ad accordi bilaterali

di Giuditta Giardini

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La lotta al traffico illecito e la repressione dei crimini contro i beni culturali è un impegno centrale nell’agenda italiana. Mentre l’ICOM è occupato nella revisione del Codice Etico per i Musei e il mercato dell’arte riflette sulla centralità di codici di condotta etero o auto-imposti per gallerie e case d’aste, a completare il quadro delle “policy non-binding” si è aggiunta a anche la dichiarazione dei ministri, adottata in sede di G7 Cultura. L’impatto di soft law e codici è stato anche al centro della Conferenza Internazionale “Preventing Art Crimes through Regulation and Self-Regulation” tenutasi a Milano il 30 settembre 2021.

La Dichiarazione

Tornando alla Dichiarazione del G7, essa impegna i sette paesi a riconoscere come il traffico illecito di beni culturali, anche collegato alla criminalità organizzata, abbia “un impatto devastante sul patrimonio culturale e sulle istituzioni culturali di nazioni, popoli e comunità”. La dichiarazione cede ancora al vizio di collegare il traffico illecito di beni culturali al “finanziamento del terrorismo”. Si tratta di una connessione non provata, ma basata su evidenze insufficienti a generalizzare il fenomeno. Provato è, invece, come i beni culturali possano essere utilizzati per riciclare denaro. Nel convegno dello scorso 30 settembre si è parlato non soltanto di riciclaggio di denaro e della normativa europea e statunitense di riferimento, ma anche del problema del riciclaggio degli stessi beni culturali che vengono “lavati” tramite passaggi in aste e prolungati prestiti presso note istituzioni culturali. Ugualmente, le opere d’arte possono essere usate per corruzione, evasione fiscale e evasione delle sanzioni economiche. Si è constatato altresì come il volume dei traffici sia in aumento su “piattaforme online, social media, servizi di messaggistica istantanea e il Dark Web, … difficili da controllare”.

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Così i paesi del G7 raggiungono le medesime conclusioni rassegnate dal Procuratore aggiunto del Tribunale di Milano Eugenio Fusco alla conferenza, ossia che “i crimini contro i beni culturali sono un problema globale che richiede soluzioni globali” e concertate affinché la stretta delle normative in alcuni paesi, come l’Italia con il nuovo Titolo VIII-bis, non trovi indulgenza in altri. I sette paesi ricordano poi l’importanza della ratifica e dell’attuazione di “accordi internazionali esistenti per la salvaguardia del patrimonio culturale come la Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in Caso di Conflitto Armato (1954) e i suoi due protocolli (1954 e 1999), la Convenzione dell’Unesco concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali (1970), la Convenzione Unidroit sui beni culturali rubati o illecitamente esportati (1995) e la Convenzione dell’Unesco sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo (2001)”. É opportuno sottolineare che dei paesi del G7 soltanto l’Italia ha ratificato la Convenzione Unidroit del 1995 e, inoltre, è davvero significativa la mancanza della Convenzione sulle infrazioni relative ai beni culturali del 2017 che è, ad oggi, l’unica lex specialis internazionale ad armonizza i crimini contro il patrimonio culturale.

Possibili accordi

Oltre ad impegnarsi astrattamente alla ratifica di trattati che non saranno sottoscritti nell’immediato viste le posizioni contrarie (e irremovibili) di alcuni paesi, come Francia, Regno Unito e Stati Uniti nei confronti della Convenzione Unidroit del 1995, gli Stati si sono dimostrati propensi alla più fattibile negoziazione di “accordi bilaterali per semplificare la cooperazione tra le nostre autorità competenti nel processo di ricerca, identificazione e restituzione dei beni culturali trafficati illecitamente”. Resta da capire come e quali saranno i termini di questi accordi: saranno accordi di cooperazione tra organi di polizia per indagini transnazionali o accordi per semplificare l’acquisizione di materiale probatorio tramite rogatorie, questi accordi verranno sottoscritti tra i paesi del G7 o anche paesi terzi?

Interessante è altresì la volontà di creare “squadre con diverse specializzazioni” come “professionisti accademici, scientifici e tecnologici” per coadiuvare l’azione di “autorità di contrasto” per “migliorare le indagini e facilitare la restituzione dei beni culturali trafficati illegalmente”. Viene prevista anche la sottoscrizione di un “protocollo di formazione per le forze dell’ordine e gli organi giudiziari di tutto il mondo” sotto l’egida di Osce, Unesco e forze di polizia nazionali specializzate.

L’appello a professionisti, operatori e collezionisti

La Dichiarazione fa poi appello a tutti: “musei e professionisti del patrimonio, istituzioni culturali, il mercato dell’arte e il mondo accademico” affinchè si impegnino al “trattamento responsabile dei beni culturali e promuovere l’esercizio della due diligence e la ricerca di provenienza, aderendo a standard, regole, linee guida etiche e principi esistenti” per “garantire la legalità del commercio e l’autenticità dei beni culturali” e contribuire alla creazione di “mercati dell’arte sicuri ed etici all’interno e tra le nazioni, rafforzando la fiducia e la sicurezza tra le parti interessate, tra cui commercianti, collezionisti, investitori e istituzioni culturali, stimolando gli scambi culturali, incoraggiando l’innovazione artistica e aumentando la visibilità di diverse espressioni culturali”.

La chiamata in causa di musei e banche dati

Sono incoraggiate “reti e partnership museali per rafforzare lo scambio di buone pratiche e gli sforzi congiunti nella lotta contro il traffico illecito”. Dal canto loro i paesi si impegnano nella promozione della “innovazione tecnologica, l’accessibilità e l’interoperabilità tra gli strumenti esistenti e le banche dati nazionali sui beni culturali rubati, inclusa la banca dati Interpol sulle opere d’arte rubate e la banca dati Unesco sulle leggi nazionali sul patrimonio culturale, per consentire una rapida risposta e uno scambio volontario e veloce di dati e informazioni, nonché competenze, per sostenere la lotta quotidiana contro il traffico illecito di beni culturali, accelerare le indagini e facilitare la cooperazione tra le forze dell’ordine”.

Promesse o azioni?

Per rendere efficace la lotta al traffico illecito di beni culturali, è necessario agire su due fronti: esternamente, con l’applicazione di leggi e regolamentazioni, e internamente, attraverso la sensibilizzazione e la responsabilizzazione degli attori stessi del mercato. Tanti sono gli impegni sottoscritti in sede di adozione della Dichiarazione dai sette paesi, tra questi emerge la necessità di un’armonizzazione degli standard e delle normative quadro, inclusi i reati contro i beni culturali e altrettanto importante sarà la messa in atto delle iniziative di cooperazione internazionale previste. Anche il mercato dell’arte, che a lungo è stato ‘l’elefante nella stanza’ nelle discussioni su raccomandazioni e dichiarazioni internazionali, oggi emerge come un interlocutore fondamentale nella lotta al traffico illecito di beni culturali. A fronte di un mercato a cui è richiesto un certo impegno (o “sovraccaricato, con piccole gallerie costrette a chiudere a causa delle aspettative del legislatore sempre più alte e dei costi sproporzionati di compliance rispetto alle loro esigue entrate” come dichiara Erika Bocherau di Cinoa), è essenziale che gli Stati dimostrino un impegno concreto nel raggiungimento dei loro obiettivi.

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