L’iniziativa

In Basilicata nasce la “clinica dei paesi”: un presidio per combattere l’abbandono

A Guardia Perticara in provincia di Potenza il primo centro sperimentale concepito come un ospedale per curare territori delle aree interne: pubblico e privato, cittadini e terzo settore, attivano azioni di sviluppo economico, culturale e sociale

Contro lo spopolamento.

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Tentare ogni cura contro lo spopolamento che vede al primo posto la Basilicata con la più alta percentuale di comuni (il 68,7%), con tasso di crescita continuo negativo, inferiore al -4 per mille annuo: 90 su 131 municipi lucani. Una situazione diffusa in Italia dove il 58% è coperto da comuni definiti “aree interne”, i più periferici in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità), dove risiede (anche se non è detto che ci viva) il 22,7% della popolazione italiana, poco più di 13 milioni di persone. Seguono Molise (60,3%, 82 su 136 Comuni), Calabria (58,4%, 236 su 404), Sardegna (55,4%, 209 su 377), Abruzzo (51,1%, 156 su 305), Sicilia (42,6%, 166 su 390), Campania (36%, 198 su 550) e Puglia (33,9%, 87 su 257), in base alle elaborazioni su dati Istat del Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA) dell’Università del Molise.

Le aree interne, secondo l’Istat, sono soprattutto al Sud con 1.718 (67,4%) comuni che ne fanno parte, il 44,8% del totale nazionale. I residenti vanno via e rimangono sempre più gli over 80 e le previsioni al 2030 confermano la tendenza allo spopolamento, del 2,2% in Italia e del 4,2% per le aree interne del Paese. L’invecchiamento della popolazione è un ulteriore fattore di criticità.

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Paesi a rischio che hanno bisogno di cure e attenzioni, come malati o anziani. Così, per rispondere ai bisogni di questi singolari pazienti in Basilicata, a Guardia Perticara (Potenza), uno dei Borghi più belli d’Italia, è nata “La Clinica dei Paesi”. Ospitata nel Comune, è il primo centro sperimentale concepito come un ospedale per “curare” comuni e territori delle aree interne lucane e nazionali.

Una “clinica sanitaria” che non eroga solo analisi di laboratorio, diagnosi e prognosi ma anche terapie e come sono connessi gli organi nel corpo umano, connette il territorio: pubblico e privato, cittadini e terzo settore, attivando azioni di sviluppo economico, culturale, politico e sociale.

Un processo partecipato i cui primi avamposti di “cura” sui territori, proprio come per la medicina territoriale sono i medici di base: una quarantina di presidenti di Pro Loco che simbolicamente hanno indossato il camice bianco. Anello di congiunzione tra Clinica e comunità portatrici di istanze di “cura”, hanno avviato il primo check up con un format di ascolto di tipo empatico con interviste a cittadini e amministrazioni per costruire una geografia dei bisogni, delle risorse e delle aspirazioni e individuare con gli esperti della Clinica soluzioni reali.

«È un modello “a rete” - spiega Rita Orlando, manager culturale nel Direttivo della Clinica -in cui i comuni possono, non solo richiedere un’attenzione specialistica, ma anche candidarsi a diventare “Presìdi sanitari”, attraverso le Proloco, in accordo con EPLI, entrando in una rete di mutuo soccorso e attivando un modello di “diagnosi” e “cura” di bisogni territoriali, sostenibile e scalabile nel lungo periodo». La Clinica punta a diventare Fondazione e intercettare fondi attraverso bandi pubblici, finanza filantropica da enti pubblici e privati.

«Si lavora – aggiunge Rita Orlando - da una parte con le pubbliche amministrazioni per orientare la progettazione verso i bisogni reali del territorio, guardando ai micro sistemi, non certo a strade e infrastrutture, con il coinvolgimento delle comunità locali. Dall’altra, con le imprese, attivando processi di responsabilità sociale, per individuare come possono contribuire alla crescita e non solo al consumo». Primo esempio è la riapertura del forno a Guardia Perticara. L’ultimo aveva chiuso un anno e mezzo fa. «Vogliamo – continua la Manager – riportare il pane sulle tavole, simbolo di identità di un paese colmando una grave perdita di memoria collettiva. Non un modello di impresa classico, ma un forno di comunità, che sarà aggregatore sociale e lavorerà anche sul territorio nazionale, in un sistema di e-commerce, con laboratori e nuovi modelli di comunicazione».In sostanza, l’obiettivo non era trovare un privato che investisse in un forno, ma creare un brand territoriale utilizzando competenze interne e specifiche per lavorare insieme, dal vecchio fornaio ad antropologi per far rivivere il pane locale, ma anche per cuocere i pani del mondo in un sistema globale e partecipato che guarda a nuovi modelli di cittadinanza temporanea, al nomadismo dei giovani, alla silver economy, per creare condizione di benessere.

Modelli di welfare di comunità da esportare fino al virtuoso Trentino Alto Adige in vetta con il 50% dei comuni in forte crescita (oltre il 4 per mille annuo). Il Comune di Ossana (Trento) ha avviato una collaborazione per un progetto di recupero del patrimonio materiale e immateriale attraverso l’arte. E c’è interesse anche da Sicilia, Campania, Puglia, Umbria e Piemonte.

La forza della Clinica è nella metodologia che guarda ai paesi con la stessa attenzione rivolta alle persone. Un progetto sostenibile con criteri di sviluppo europei, collaborazioni professionali, ascolto delle comunità, con analisi di contesto e indici propri della FIL (Felicità interna lorda), della SWOT e quanto serve a generare un “quadro clinico” per lavorare a “terapie”, attraverso nuove prospettive e soluzioni idonee ad affrontare le sfide dei piccoli comuni.

«Dai nostri studi sullo spopolamento delle aree interne- spiegano Carlo Lallo, Emilio Cameli e Federico Benassi, ricercatori di ArIA – emerge una realtà più composita della semplice contrapposizione Nord/Sud: le comunità possono cambiare il proprio destino. Ad esempio, sebbene il Trentino-Alto Adige abbia il 77,3% di comuni in aree interne, è in forte crescita demografica. Al contrario, la Basilicata, regione in forte calo, ha il 3,1% di comuni che cresce più del 4 per mille annuo».

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