In Calabria la Cirò Revolution ora rilancia gli antichi metodi
Un gruppo spontaneo di nove produttori scommette sull’artigianalità della produzione: in passato hanno contestato il vecchio disciplinare che ammetteva tagli con vitigni internazionali
di Donata Marrazzo
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Filari di Gaglioppo e Greco bianco tra Cirò, Melissa e Crucoli, un territorio che è ancora Enotria, la terra del vino, quella in cui i greci fondarono la colonia di Krimisa, costruendo un tempio dedicato a Bacco e producendo il vino delle Olimpiadi.
Una terra fertile, in provincia di Crotone, che nei secoli ha mantenuto intatto il suo terroir, anzi lo ha alimentato con la sapienza dei vignaioli, e ha creato il Cirò, vino calabrese dal passato millerario, forse il più antico, e un futuro sconfinato, tra Doc, Igt e, per il Rosso Doc Cirò Riserva, anche la prossima denominazione di origine controllata e garantita (Docg), la prima in Calabria, riservata a vini di grande pregio, per qualità, storicità, livelli di produzione. Un sistema che l’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo intende valorizzare e promuovere: quest’anno dal 12 al 15 luglio porterà al Parco Archeologico di Sibari Vinitaly and the City, il fuori salone della fiera.
Fra i protagonisti il consorzio di tutela del Cirò che riunisce 60 cantine e 300 viticoltori: coltivano 600 ettari, producono 4 milioni di bottiglie, impiegano 1.500 addetti e fatturano 20 milioni di euro. Alla guida dell’organizzazione, da 8 anni, c’è Raffaele Librandi, rappresentante di una delle più autorevoli famiglie di produttori, che ha fatto del Cirò un grande vino del Sud. Per studiare e valorizzare il patrimonio vitivinicolo locale, Librandi ha commissionato all’università di Milano uno studio su 200 vitigni autoctoni che oggi popolano il giardino varietale dell’azienda. Suo padre Nicodemo, matematico per formazione, colto e autorevole tanto da ricevere la laurea honoris causa in Agraria dalla università Mediterranea di Reggio Calabria, è stato uno dei grandi protagonisti del vino calabrese. Scomparso la scorsa estate, nell’ambiente è già una leggenda. «Con mio fratello Paolo e con i nostri cugini adesso portiamo avanti un modello di azienda familiare proprio nel solco di quello che ci hanno insegnato mio padre e nostro zio Antonio» dice Raffaele. Su due milioni di bottiglie, il 50% dei vini Librandi va all’estero, in oltre 40 paesi (9 milioni il giro d’affari). Così il Cirò diventa ambasciatore della Calabria nel mondo.
Ma se questo Barolo del Sud oggi è un vino di grande richiamo, perfino all’estero, non è solo per i gradi nomi della zona (oltre a Librandi, ci sono i vini superlativi di Iuzzolini, di Ippolito), ma, soprattutto, per la Cirò Revolution, movimento spontaneo di giovani vignaioli che del vino ha voluto esaltare tutta l’artigianalità e i metodi antichi, biologici, ovviamente: «Il Cirò lo devi aspettare, senza mettergli fretta, magari anche quattro anni. Poi lui ti ricambia riempiendoti di emozioni», racconta Mariangela Parrilla, che ha un vigneto di 8 ettari (Tenuta del Conte), produce 30mila bottiglie e la maggior parte le manda all’estero, fino in Giappone. È una “Cirò girl”, una dei nove produttori “unconventional” (gli altri sono Francesco De Franco, Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, Vincenzo e Francesco Scilanga, Assunta Dell’Aquila, Francesco Fezzigna, Cristian Vumbaca, Gianni Lonetti). In passato hanno contestato il vecchio disciplinare, che ammetteva “tagli” con vitigni internazionali e sono tornati a vinificare come una volta, quasi in purezza, preoccupati più dell’identità del prodotto che dei mercati. Successivamente sono state corrette e aggiornate anche le norme per la produzione.
«Siamo appena tornati da Londra dove abbiamo organizzato, autofinanziandoci, il Cirò Revolution day. C’erano importanti operatori del settore che hanno mostrato grande interesse per i nostri vini. Adesso siamo pronti per il Vinitaly e la grande novità è che quest’anno tutti i produttori della Calabria saranno nello stesso padiglione – conclude Mariangela Parrilla-. Mi sembra l’inizio di una bella storia».

