In Puglia oltre mille imprese albanesi
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Imprese piccole, più spesso piccolissime, attive soprattuto nelle costruzioni,ristorazione, agricoltura, commercio e servizi. Gli albanesi immigrati e rimasti in Puglia dopo l’esodo di 30 anni fa – quando, tra marzo ed agosto 1991, in 50.000, sbarcarono prima a Brindisi, a bordo della “Liria” (Libertà in italiano) e poi a Bari, ammassati sulla Vlora, per lasciarsi alle spalle dittatura e fame – sono diventati molto altro. I dati di Unioncamere Puglia documentano un’evoluzone non da poco: dopo 30 anni , non sono più solo operai o lavoratori dipendenti, ma si sono messi in proprio tanto che in regione si contano - a tutto il 2020 - 1.269 imprese registrate nelle cdc della regione.
Disaggregando il dato, quasi il 40% del totale è nelle costruzioni, in prevalenza sono specializzati nel rifacimento di muretti a secco e trulli (314) e ristrutturazione di edifici (109). Nel commercio 130, quasi 100 imprese agricole e poi servizi condominali (45) e per la persona (34). Non mancano studi di ingegneria civile e di architettura (in totale 4) o di produzione di software (2).
Gli albanesi rimasti in Puglia che non hanno proseguito il loro viaggio verso il nord - come la maggioranza - si sono integrati, hanno trovato un humus adatto, favorito da rapporti commerciali secolari con l’Albania, primo partner dell’interscambio pugliese. Nel quarto trimestre 2020 l'import ha infatti toccato i 211,6 milioni (242,5 nel 2019) e l'export i 199,2, contro i 229 del 2019 (2,2 miliardi l'interscambio 2020 tra Italia e Albania).
Le loro sono storie di self made man, operai, agricoltori, professionisti, che rappresentano la comunità albanese in Puglia: 21.200 persone a fine 2019, il 5% dei 421.000 sparsi in tutta Italia. Nelle loro storie vi è il ricordo dello sbarco in massa e della gara di accoglienza da parte di brindisini e baresi. Non era la prima, ma l'ottava migrazione albanese in Italia. La prima risale al 1440, al seguito dell'eroe nazionale, Giorgio Castriota Scanderbeg, che per la sua alleanza contro i turchi, ebbe in dono dagli Orsini un’intera cittadina pugliese, San Marzano. Organizzare l’accoglienza è venuto così quasi naturale per Klodiana Çuka, esperta in immigrazione e mediazione culturale. Ventenne di Durazzo, arrivata in Puglia con un contratto da colf. Klodiana studia, si laurea a Lecce in lingue straniere e nel 2003 fonda a Cavallino, nel Salento, l'associazione interculturale Integra Onlus.«Gli albanesi – dice Çuka – vengono qui perchè sanno di trovare casa, lavoro e possono pure creare impresa». Oggi Integra lavora con 20 Comuni, 7 Prefetture di 7 Regioni e sta per aprire a Specchia, nel convento del 1400 dei Francescani Neri, un ristorante, campi sportivi, insomma un contenitore interculturale per l’accoglienza di ragazzi e la formazione di cuochi.
Il must è nella ricostruzione, specie nel Salento, di muretti a secco in pietra e di trulli con volte a stella. A Trani, nella Bat, da 15 anni, è attiva una pmi albanese anche nel settore lapideo, la Naxhi Marmi, che esporta pure in Cina e India, quasi 25 dipendenti e 2 milioni di fatturato. Poi il commercio. Ylli Caushi è da 15 anni al Baricentro di Casamassima, a sud di Bari. Commmercia in casalinghi e articoli da regalo, 5 dipendenti, giro di affari 400.000 euro. «È un momento difficile per la filiera dei matrimoni – dice Caushi – ma sono ottimista. Ce la faremo». E poi la ristorazione (trattorie, rosticcerie, ristoranti, pasticcerie) con esempi di successo. A Bari, in pieno centro, con “Biancofarina” di Edi Guri e “L'Aquila”; o a Poggiardo, nel Salento, da oltre 20 anni, con “La piazza”. «Qui nel Salento siamo a casa nostra, sembro nata qui – spiega Klejda Dilo – Lavoriamo anche in 10 in estate e i clienti trovano piatti italiani con qualche variante albanese: il byrek a base di carne, pesce crudo con yogurt e, a fine pasto, limoni caramellati».

