A secco

In Sardegna gli agricoltori lanciano l’allarme: è emergenza per siccità e alte temperature

A secco

di Davide Madeddu

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Se non è proprio emergenza, poco ci manca. Perché la crisi idrica si fa sentire anche in Sardegna. Colpa della siccità ma anche delle temperature che salgono e fanno si che ci sia un maggior consumo di acqua per irrigare campi e colture. I dati forniti dal monitoraggio che ogni mese effettua l’Autorità di Bacino, non sono confortanti: i serbatoi artificiali del sistema idrico multisettoriale della Sardegna contengono il 49,7% della capacità massima, ossia 906,36 milioni di metri cubi su un volume massimo autorizzato di 1.824 milioni di metri cubi di acqua.

Una situazione che, in alcuni casi, ha spinto verso restrizioni, come avvenuto nella Sardegna centrale dove il 12 gennaio il Consorzio di bonifica della Sardegna centrale ha vietato l’utilizzo dell’acqua ad uso irriguo in tutti e tre i sub comprensori di sua competenza. Una scelta motivata dal fatto che erano «ormai esaurite le scorte assegnate da Enas il primo gennaio 2023 per rispettivi 22 milioni per il bacino del Posada (diga di Maccheronis), 21 milioni per il Cedrino (Diga di Pedra e Othoni), 8 milioni di metri cubi dal Taloro per il Sub comprensorio della Media Valle del Tirso».Da qui, come sottolineato dal presidente del Consorzio Ambrogio Guiso, la decisione di procedere per «preservare la poca acqua rimasta».

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Che la situazione sia preoccupante lo sottolinea anche Luca Saba, direttore generale di Coldiretti, l’associazione di categoria che aveva anche sollecitato la dichiarazione dello stato di calamità naturale. Anche perché nelle campagne si cominciano a vedere i primi effetti negativi di questa situazione. «Viviamo una situazione differenziata rispetto a diverse zone della regione - premette – dice Saba –: perché ci troviamo in alcuni luoghi in cui è piovuto poco sia per quantità sia per durata, e diciamo che si tratta della fascia est che da Olbia arriva sino a Muravera, e quella Ovest dove invece la situazione è migliore». Il risultato è quello delle colture in difficoltà per un apporto d’acqua scarso o comunque più basso rispetto al passato e i bacini che sono in una fase considerata pre-critica. Il rilevamento effettuato dall’autorità certifica un’ulteriore riduzione da 2023 quando già c’erano state le prime avvisaglie di preallarme per la siccità (50%), ma anche di quasi 10 punti percentuali in meno rispetto al dicembre 2022, quando la percentuale arrivava al 60,2%.

La riduzione interessa il Sulcis, con il sistema idrico dell’alto Cixerri all’8.9% (una carenza d’acqua sopperita oggi dall’invaso di Monte Pranu al 58.3%). In affanno anche tutta la parte settentrionale dell’Isola con il sistema idrico Nord occidentale che arriva al 24.5% e la diga di Maccheronis a Posada che supera di poco il 13%. Non va meglio in Ogliastra: gli invasi di Bau Muggeris (Flumendosa) e Santa Lucia sfiorano complessivamente il 25,8% della capacità massima dei due bacini.

Per tutti questi l’indicatore di stato per il monitoraggio e il preallarme della siccità a dicembre 2023 registra il segno rosso di “emergenza”. Questo significa che oltre ad attivare ulteriori restrizioni nelle erogazioni “deve essere rivalutata l’erogazione media ammissibile in regime ordinario”: tradotto meno acqua per usi non domestici.

«A pagare il prezzo più alto di queste restrizioni sono sicuramente le coltivazioni invernali, i pascoli e gli erbai – aggiunge ancora Saba –. Anche le coltivazioni dei carciofi risentono di questa condizione». Il direttore dell’associazione di categoria sottolinea un altro aspetto. «Con le temperature che salgono rispetto al passato, le colture hanno bisogno di più acqua. Questo fatto va comunque a incidere sulle scorte perché piove meno e c’è un consumo maggiore della risorsa idrica». Una soluzione potrebbe arrivare dalla cosiddetta interconnessione dei bacini. Ossia la rete capace di recuperare le risorse in eccedenza in determinati siti. Non a caso, come indicato dalla Regione, a salvare la situazione nel centro e sud dell’Isola i 630,34 milioni di metri cubi di acqua (57,6% della capacità totale degli invasi) presenti nel sistema idrico Tirso-Flumendosa - il più grande della Sardegna - e, per la parte settentrionale la diga del Liscia con i suoi 71,4 milioni di metri cubi pari al 68.7% della capacità invasabile.

«È chiaro che davanti a questa situazione diventa necessario attivare le misure per garantire una conservazione dell’acqua - aggiunge ancora - e diventa sempre più importante completare il sistema di interconnessione tra bacini in modo che quelli che raggiungono il livello di piena, invece di sversare in mare possano contribuire al supporto delle aree in crisi con un trasferimento della risorsa idrica». Una soluzione di cui si parla da tempo e che nelle campagne, ma non solo, viene vista come ideale e necessaria per superare l’emergenza idrica che comincia a riaffacciarsi.

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