Strategie

Innovazione, l’Europa agisca come un unico Stato

Nel suo discorso al Senato Draghi ha individuato i limiti che impediscono all’Unione Europea di avere un ruolo maggiore a livello mondiale

Il consulente speciale della presidente della Commissione Ue ed ex premier e presidente Bce, Mario Draghi, presenta il suo rapporto nella sala Kock del Senato, Roma, 18 Marzo 2025.   ANSA / GIUSEPPE LAMI

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L’accelerazione degli eventi a cui stiamo assistendo quotidianamente a livello nazionale ed internazionale è, per molti versi e molto probabilmente, senza rilevanti precedenti degni di nota.

Periodi di grandi crisi e trasformazioni si sono sempre susseguiti e la storia è maestra, in tal senso, ed offre moniti ed esempi meritevoli di essere considerati.

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Ma la congiuntura attuale, che peraltro si inserisce in uno scenario economico e sociale problematico, già da tempo caratterizzato da segnali di stagnazione e, in diversi settori, anche di recessione, lascia davvero pochi dubbi sull’urgenza di agire, presto ed insieme a livello europeo, tanto per limitare i danni già in atto da tempo, quanto per provare ad invertire i trend economici, sociali, regolatori, attualmente pericolosamente in viaggio verso il ribasso, toccando corde di rilevanza politica, affinché l’Unione inizi a pensare a sè stessa e ad agire, in determinati settori, come un unico Stato federale, alla stregua degli Stati Uniti di America.

Cosa ha detto Draghi?

La voce più autorevole che al momento non manca di far sentire le proprie ragioni è quella dell’ex Presidente del Consiglio italiano e già Presidente della Bce, Mario Draghi. Già qualche mese fa, in occasione della presentazione alla Commissione e al Parlamento Ue del Rapporto sul futuro della competitività europea, commissionato a Draghi proprio dalla Presidente della Commissione Ursula von der Layen, l’allarme era risuonato forte da Bruxelles a Strasburgo, cosi come in tutti i Paesi dell’Ue e anche all’estero, generando reazioni diverse, ma nessuna veramente contraria, data l’obiettiva e spietata fotografia cristallizzata in quel rapporto.

Qualche giorno fa, il Presidente Draghi ha presentato il suo rapporto ad alcune Commissioni parlamentari italiane in Senato. Il discorso è stato incisivo, focalizzato all’attualità e non ha mancato di sottolineare come in soli sei mesi la velocità del cambiamento in atto non ha reso obsoleto il suo rapporto, bensì lo ha caricato di maggiori caratteri di urgenza ed indifferibilità.

Tralasciando in questa sede gli importanti moniti e le relative ricette descritte da Draghi con riferimento al tema dell’approvvigionamento e del costo dell’energia nonché rispetto alla spinosa e potenzialmente drammatica questione della difesa comune europea, ciò che maggiormente emerge è la perdita costante di competitività dei Paesi dell’Unione sul terreno dell’innovazione tecnologica, della sua incentivazione e delle regole comuni che necessariamente devono disciplinarla.

Il ruolo delle regole in Europa

Eppure l’Europa unita è stata capace negli ultimi 30 anni di rivoluzionare lo spazio ecomomico e sociale dei Paesi dell’Unione, introducendo la libera circolazione delle merci, prima, delle persone, poi ed infine dei dati, presupposto, quest’ultimo, imprescindibile per la creazione di mercati competitivi e di spazi aperti e protetti al tempo stesso che avrebbero dovuto creare le condizioni ideali per la crescita di start up e unicorni hi-tech Made in Europe. E le regole che sono state scritte nello stesso periodo, lungi dal voler ostacolare tali obiettivi, hanno tracciato la strada del possibile bilanciamento tra esigenze economiche e sociali talvolta contrapposte – si pensi al tema capitale della libera circolazione e protezione dei dati personali, come bilanciato nel Gdpr. In tale direzione gli sforzi finora profusi per raggiungere gli obiettivi dettati dall’agenda digitale europea, integrata dai boosters generati con i programmi Next Generation Eu e Pnrr, sembrerebbero non aver colto a pieno nel segno.

Che cosa dunque non ha funzionato e continua ancora a sabotare le strategie messe in campo dalle istituzioni comunitarie e da quelle nazionali in Europa?

L’avvento dell’Ai generativa

Certo, il mondo nel frattempo ha conosciuto due nuove sanguinose guerre, la cui conclusione non è né scontata né a portata di mano, cosi come ha vissuto l’esperienza della pandemia e della recessione globale da essa scaturita. E poi al risveglio, oltre alle citate guerre, gli Stati Uniti hanno rilasciato una nuova generazione di software caratterizzati dai modelli di Llm (large language models), rendendo disponibile sul mercato prodotti e servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa, un ambito in cui da subito si è compreso come Usa e Cina fossero decisamente più avanti non solo nello sviluppo e progettazione di tali prodotti, ma anche nella capacità di comprenderne potenzialità e concrete forme di utilizzo.

Da qui nasce l’ormai vecchio adagio secondo cui mentre gli Usa fanno innovazione, la Cina segue subito dopo rincorrendo (veramente la vulgata qui prevederebbe l’uso del verbo “copiare”), mentre l’Europa romanticamente regolamenta. E’ tutto vero? La tentazione di rispondere seccamente si è forte. Ma come sempre quando si tratta di scenari complessi, la verità sta nel mezzo. Draghi al Senato ha testualmente detto, a tal riguardo: «La regolamentazione prodotta dall’Unione europea negli ultimi 25 anni ha certamente protetto i suoi cittadini, ma si è espansa inseguendo la crescita di nuovi settori come il digitale e continuando ad aumentare le regole negli altri. Ci sono 100 leggi focalizzate sul settore high tech e 200 regolatori diversi negli Stati membri: non si tratta di proporre una deregolamentazione selvaggia, ma solo un po meno di confusione! Le regole troppe, troppo frammentate, penalizzano soprattutto nel settore dei servizi l’iniziativa individuale, scoraggiando lo sviluppo dell’innovazione e penalizzando la crescita dell’economia».

No dunque a guerre iconoclaste contro le regole che ci siamo dati. Ma queste regole devono funzionare bene ed è responsabilità di tutti, legislatori nazionali, regolatori, imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini impegnarsi e pretendere che ciò avvenga. Le regole quindi servono, lo scrive anche Draghi, e il ricorso crescente da parte dell’Ue allo strumento dei regolamenti direttamente efficaci negli ordinamenti nazionali, al posto delle direttive (che lasciano ampi spazi di manovra agli Stati membri, creando una frammentazione normativa ed una asimmetria di diritti-doveri-costi-opportunità) è emblematico di un trend che va nella giusta direzione. Cosi come il ricorso a controlli ex post e non più ex ante, come opportunamente fatto nel caso del Gdpr, all’insegna del principio dell’accountability degli operatori, è cosa buona e giusta e permette, unitamente al ricorso alle sandbox, di non lasciare start up e innovatori imbrigliati nella rete della burocrazia, ancora troppo spesso lenta ed a volte inadeguata, in attesa di una autorizzazione o di un parere obbligatorio che sovente arriva mesi ed anni dopo la presentazione dell’istanza. Innovazione e mercati non attendono.

Cosa altro non funziona dunque nella Ue?

I controlli troppo decentralizzati, l’enforcement frammentato e contraddittorio, la lentezza della giustizia, che crea sacche di inefficienza e alimenta la pratica del forum shopping, oltre a tutte le altre componenti minuziosamente indicate nel rapporto Draghi.

Sarebbe facile e consolatorio indicare nelle regole europee il killer spietato dell’innovazione e della crescita del Vecchio Continente. Attenzione, molte delle regole che oggi noi abbiamo in circolazione sono di derivazione statunitense, da quelle antitrust a quelle sull’Esg, dalla privacy by design ai codici etici aziendali, dal whistleblowing alle regole sul money laundering. Chi opera a livello internazionale assistendo aziende multinazionali che vogliono fare business nelle diverse giurisdizioni, sa bene quanto siano complesse le regole americane, tanto a livello federale quanto a livello degli stati nazionali. Un rompicapo pari, se non ancora più complesso di ciò che avviene in Europa. E forse qualcuno mai ha provato a maneggiare le leggi cinesi sulla protezione dei dati e sulla cybersecurity? Sia chiaro: è questa un’attività sfidante ed a tratti improba e defatigante.

Agire come un unico Stato

Allora il vero problema dell’Europa è forse un altro. Draghi lo individua senza mezzi termini dicendo testualmente: «Per attuare molte delle proposte presenti nel rapporto, l’Europa dovrà agire come se fosse un solo Stato (…), cosi costruiremo un’Europa forte e coesa, perché ogni Stato è forte solo se è insieme agli altri e solo se è coeso al suo interno». Draghi non dice che dobbiamo abbandonare le nostre peculiarità per confluire tutti in un nuovo stato sovranazionale, perdendo sovranità e millenni di storia che ci ha resi quel che siamo e di cui siamo orgogliosi. Egli suggerisce di “agire come se fossimo un solo Stato”, esattamente come fanno Cina e Stati Uniti. E’ qui il vero segreto del loro successo. Qualcuno ha mai comprato qualcosa Made in Ohio o Made in Connecticut? O c’è qualcuno che conosce le peculiarità di beni e servizi prodotti nello Xinjiang o nella regione di Jiangsu? Cina e Usa agiscono ed operano sui mercati a livello internazionale come dei monoliti, annientando le differenze interne tra loro quando agiscono e competono a livello globale. Esse, pur essendo una congerie di stati nazionali profondamente diversi ed in competizione interna tra loro, al tempo stesso parlano con un’unica voce. Di certo l’attuale Unione Europea non è in grado di fare ciò, occorre dunque che l’Europa si svegli dal suo torpore millenario e agisca.

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