Il libro

Intelligenza artificiale? In azienda serve sviluppare anche l’intelligenza “sensibile”

Un libro di Carlo Rinaldi esplora l’importanza di sviluppare l’intelligenza sensibile per connettersi con gli altri e trovare nuove prospettive nell’era digitale

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Dati, numeri, informazioni, risposte “certe” e a portata di smartphone: sono alcuni dei capisaldi della società liquida e digitale, di un mondo fatto di infinite interazioni che rivela (e purtroppo con sempre maggiore frequenza) i suoi lati oscuri. Nell’era delle intelligenze artificiali sembrerebbe un paradosso e invece l’essere umano si trova a fare i conti (sempre più spesso) con una sensazione indecifrabile eppure profonda di malessere e inadeguatezza, fondata sull’assenza di un senso. C’è il dubbio che possa trattarsi semplicemente di un malinteso, originato dal fatto che nella corsa verso una conoscenza fine a sé stessa l’individuo si sta lasciando indietro ciò che ci rende davvero unici in quanto umani, e cioè la sensibilità. Una sensibilità che ci invita a concepire le diverse intelligenze con sfumature diverse, in una nuova forma, e che rappresenta quel tipo di intelligenza poliedrica difficile da incanalare su binari prestabiliti, sempre alla ricerca di connessioni tra le storie e le persone.

“Intelligenza sensibile” è il libro (edito da Egea e da poche settimane in libreria) che entra nel cuore di questa riflessione grazie all’intuizione e al lavoro di analisi di Carlo Rinaldi, ingegnere informatico al Politecnico di Milano con vent’anni di esperienza nel marketing digitale (molti dei quali trascorsi in Microsoft) per professione e pianista e direttore di un coro gospel per passione.

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Il saggio procede passo dopo passo in costante ascolto di autorevoli “voci nel coro” sollecitate sul tema (tra cui Mario Calabresi, Maria Grazia Mattei, Paolo Nespoli, Marina Salomon, Pietro Trabucchi e vari altri) percorrendo una nuova strada, che prende idealmente il via da quella “Intelligenza emotiva” con cui Daniel Goleman, nel 1995, apriva al territorio delle emozioni rimodellando il concetto della capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e di entrare in empatia con le emozioni degli altri.

Rinaldi prova ad andare più in là, analizzando l’importanza del “sentire” quale elemento fondamentale per entrare in connessione con gli altri e uscire finalmente fuori dalla nostra scatola, trasformando l’ascolto in risonanza e generando energia grazie alle relazioni. Nell’era della tecnologia pervasiva e del dominio della tecnica, in altre parole, l’intelligenza sensibile va oltre l’empatia e raggiunge un livello più profondo di consapevolezza per trovare nuove prospettive che ci permettano di incontrare l’altro, di comprendere ciò che gli altri provano a livello emotivo e a (ri)scoprire di conseguenza noi stessi.

Aprirsi a un “ascolto relazionale”

L’invito di Rinaldi è quello di aprirsi a un “ascolto relazionale”, di mettere da parte l’ego per fare spazio all’eco, creando nuove risonanze anche con i segnali più sottili e corporei. Ma sono dunque l’arricchimento e l’amplificazione delle nostre capacità di connessione che coinvolgono tutti i nostri sensi e che ci permettono di percepire il mondo in modo più completo a marcare la differenza fra intelligenza sensibile e intelligenza artificiale? A precisa domanda, l’autore risponde con un esempio assai esplicativo: «Non sono appassionato da ciò che ci differenzia, ma dalla capacità di guardare a cosa gli umani possono fare al meglio, prendendo il meglio che può proporre una macchina».

“Le macchine eseguono un compito”, riflette Rinaldi, “sono artifici dell’ingegno. Se devo cercare quante volte una parola è citata nella Divina Commedia, per capirci, ricorro all’intelligenza della macchina, perché mi aiuta a risparmiare tempo prezioso. Il grande tema - ha spiegato ancora Rinaldi - è però anche un altro, ovvero sia come noi possiamo unirci al valore delle intelligenze, che ieri si chiamavano reti neurali e oggi chiamiamo diffusamente AI. L’obiettivo rimane in ogni caso lo stesso: aumentare la nostra sensibilità”. Ed è inutile chiedersi, suggerisce l’autore, se le macchine potranno un giorno pensare, perché il punto chiave della questione è capire quanto siamo capaci di sviluppare e percepire quelle risonanze che ci permettono di amplificare il nostro meglio e le nostre migliori attitudini per utilizzare la tecnologia, “che è un collega che non dorme mai e che non sente il bisogno di riposarsi”.

L’intelligenza sensibile, si legge ancora nella nota di presentazione del libro, non è una dote innata, ma si può costruire. Per questo il saggio propone una formula che descrive questo processo di costruzione articolato su tre momenti: frequenza, energia, connessioni. Affinché una relazione possa avvenire, infatti, il primo passo da compiere è l’apertura di un canale di comunicazione e perché questo avvenga, occorre “entrare in frequenza”, in modo da trovarsi sulla stessa onda per cercare reciprocamente di incastrarsi l’uno con l’altro. Il secondo passo è l’ascolto relazionale, necessario per creare quello “spazio per accogliere” nel quale l’energia dell’altro possa espandersi, risuonare e crescere. “A livello organizzativo – spiega in proposito Rinaldi - c’è un senso di urgenza, una crisi energetica dell’essere umano. Ci sono situazioni tossiche che vanno individuate e risolte. Come fare per risolverle? Aumentare la consapevolezza delle persone rispetto alla necessità di essere in connessione, di essere sulla stessa frequenza e di fare dell’ascolto relazionale un principio. C’è una grande spaccatura fra quanto si racconta, dentro l’ambiente aziendale, e quanto si fa davvero con l’obiettivo di creare relazioni profonde, sincere e che siano generative e rigeneranti. Oggi passiamo più tempo davanti a una macchina, qualsiasi essa sia, che non a incontrare e a confrontarsi con una persona”.

Passare dalla formazione alla costruzione della relazione in azienda

Lecito, a questo punto, chiedersi, a che punto sono le aziende nello sviluppo dell’intelligenza sensibile e quanto una “normale” organizzazione sia ancora lontana da questo modello di relazione ideale. E cosa dovrebbe fare per avvicinarsi. Nella risposta di Rinaldi non c’è (giustamente) una soluzione universale, buona per tutte le occasioni. “Una definizione unica rischia di essere sbagliata, e lo dico avendo avuto modo di vedere e conoscere tante imprese ed organizzazioni. Posso solo dire che oggi nelle aziende c’è molta più relazione transazionale e meno propensione alla trasformazione: viviamo l’hype dell’AI e tutti cercano e investono su competenze specialistiche nell’ambito dell’intelligenza artificiale per fare più business. Si dovrebbe passare invece dalla formazione alla costruzione della relazione, avviando un processo trasformativo, un vero cambio di rotta delle persone”. Messaggio chiaro, che trova fondamento nell’esperienza vissuta di un manager-pianista che ha imparato ad ascoltare i volti, a prendere coscienza del fatto che la sensibilità ci permette di recepire dei segnali che la macchina non è in grado di sentire e a razionalizzare che essere al centro, per un individuo, potrebbe anche essere sinonimo di essere completamente isolati.

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