Cambi di paradigma

Intelligenza artificiale ed etica dal fiato corto

Non bisogna farsi guidare solo dalla paura che porta a scelte contenitive e deboli

(Adobe Stock)

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Tra i risultati più sorprendenti conseguiti dall’intelligenza artificiale va segnalato un improvviso e inaspettato ritorno di moda dell’etica. Tutti ne parlano, tutti la invocano: aziende, politica, agenzie internazionali, professioni, personalità della cultura.

Il buon (?) ChatGPT, interrogato sul tema, afferma che neanche lui è in grado di dire quanti siano i documenti sul tema, comunque nell’ordine di decine di migliaia.

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Un fenomeno simile, ma probabilmente in proporzioni assai minori, soprattutto nel dibattito pubblico, a quanto è accaduto, in anni passati, con l’energia nucleare e, in ambito più specialistico, con l’ingegneria genetica o le innovazioni biomediche degli anni 70.

Che cosa accomuna queste rinascite dell’interesse per l’etica?

La paura. Alcune scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche spaventano per i possibili esiti incontrollabili e/o distruttivi. Davanti a un progresso che sembra senza limiti e senza controllo, si invoca un’etica a difesa dell’umanità e del suo mondo.

Così siamo stati capaci (finora) di evitare una nuova guerra
nucleare e, saggiamente, abbiamo regolato l’uso di alcune tecnologie in campo sanitario.

Potrebbe però non essere abbastanza e, alla lunga, i risultati potrebbero non essere così positivi.

Davanti all’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale, certamente è emersa con forza la percezione che esistono responsabilità nei confronti delle persone, della società, del pianeta che abitiamo.

Inoltre, si sta riaffermando che non esistono territori franchi, liberi di qualsivoglia responsabilità, che ci sono problemi da affrontare e
possibili rischi da riconoscere ed evitare, anche sanzionare e possibilmente eradicare.

C’è però un ma, da evidenziare e con cui fare i conti. Quando l’etica nasce sostanzialmente dalla paura, essa si configura anzitutto come rimedio emergenziale. Quasi a dire che in tempi di pace e tranquillità, non sia così importante e doveroso riflettere e agire secondo giustizia e per il bene, illudendosi che ciò si possa dare per scontato o non sia poi così decisivo per la nostra vita.

In secondo luogo, un’etica della paura si esprime facilmente in forma contenitiva. Frequentemente si parla di paletti da mettere all’intelligenza artificiale e il termine guardrail è ormai divenuto di utilizzo comune in questo campo: abbiamo bisogno di regole che non ci facciano andare fuori strada. Doveroso e sacrosanto, davanti a una serie di gravi problemi aperti, ma radicalmente insufficiente. Un’etica contenitiva è sempre vista come un farmaco amaro da trangugiare per guarire da mali peggiori, come una regola che si subisce ma da cui liberarsi appena possibile.

Ben diverso sarebbe se la domanda etica sull’intelligenza
artificiale si sviluppasse, così come di fatto accade in alcuni
ambiti purtroppo poco agli onori della cronaca, come risposta responsabile allo stupore, certo non ingenuo, davanti alle potenzialità di queste scoperte e invenzioni.

Ciò che è decisivo non sono anzitutto i guardrail ai lati delle strade, ma avere una strada, una meta, un orizzonte in cui iscrivere anche l’innovazione tecnologica. L’etica che nasce dallo stupore non è contenitiva, e quindi sostanzialmente fastidiosa, ma propositiva e liberante; non è rimedio per i tempi di emergenza, ma attenzione costante che accompagna e fa crescere. L’etica non è solo per l’umanità malata che vuole evitare il male, ma anche e soprattutto per quella sana che cerca il bene di tutti.

Delle conseguenze di un diverso modo di impostare la riflessione etica sui sistemi di intelligenza artificiale se ne dovrebbe tenere conto nei dibattiti tra specialisti e nella costruzione del pensiero comune: gli scenari apocalittici rischiano di imporre un’urgenza etica dal fiato corto e dalla responsabilità limitata. Proprio ciò di cui non abbiamo bisogno in questo tempo così sfidante.

Pontificia Accademia per la Vita

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