Il summit di Parigi

Intelligenza artificiale, l’Europa ha il dovere di semplificare

La posizione statunitense di rifiuto di ogni regolamentazione può e deve costituire uno stimolo per la Ue

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Lo scenario geopolitico è stato scosso dalle nuova politica di Trump anche con riguardo alle regole dell’intelligenza artificiale.

Al recente summit di Parigi sull’Ai gli Stati Uniti si sono rifiutati di sottoscrivere la dichiarazione sui principi firmata da 61 Paesi.

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Un atto di valore simbolico, che richiede qualche riflessione.

Gli Stati Uniti hanno affermato di non volere regole sull’Ai, neppure seguendo l’approccio co-regolatorio che avevano sviluppato negli ultimi due anni. Svilupperanno e investiranno senza limiti che non siano quelli che si daranno da sole le grandi società, e pare ormai un lontano ricordo l’appello a regolare di Altman e la richiesta di una moratoria promossa da Musk poco più di un anno fa.

Ma quando i prodotti sviluppati negli Stati Uniti cercheranno di accedere al mercato europeo, nel quale è oramai entrato in vigore l’Ai Act, troveranno una barriera, non insormontabile, ma costosa.

Il Regolamento europeo, infatti, vieta alcuni sistemi di Ai (ad esempio il social scoring), ma la maggior parte dei sistemi, ad alto rischio, potranno accedere al mercato europeo se soddisferanno le complesse e complicate regole di compliance. I costi della compliance saranno sopportati dalle grandi società statunitensi, perché comunque il mercato europeo è di grande interesse. Ma nel frattempo gli stessi costi graveranno anche sulle imprese e le organizzazioni europee, rendendo più difficile la loro competizione.

E allora, come sta accadendo in altri settori, l’Europa deve ripensare e modificare l’approccio.

Qualche segnale positivo viene dal summit di Parigi. Innanzitutto, è radicalmente mutato il linguaggio della narrazione: l’intelligenza artificiale è ora descritta come una grande opportunità e non più soprattutto come una minaccia. I toni sono passati da quelli della paura a quelli di un moderato ottimismo. Ci si diffonde ora sui benefici che potrà apportare l’intelligenza artificiale, nella sanità, per esempio, e il nuovo corso europeo si legge soprattutto nella volontà di investire.

Oggi, infatti, l’Europa ha bisogno di semplificazione, di investimenti, di valorizzare i talenti e di cambiare approccio, anche nella regolazione del digitale.

La semplificazione di cui ha bisogno è innanzitutto quella normativa. Come bene ha messo in luce il Rapporto Draghi sulla competitività, l’Europa è affetta da overregulation, anche nel settore digitale.

Nessuno dubita che l’Europa debba tutelare i diritti fondamentali e i valori europei, che sono più volte richiamati nel corposo e complesso testo dell’Ai Act e che distinguono il suo primato europeo culturale e valoriale, rispetto alle altre regioni del mondo, come gli Stati Uniti e la Cina. Ma la questione è “come” tutelare questi diritti. Il dibattito deve essere sul «come» e non sul «se». Regole sì, ma più semplici.

Oggi applicare l’Ai Act, come sanno tutti coloro che si sono preparati alla scadenza del 2 febbraio e ora stanno fronteggiando i passi successivi, è tutt’altro che semplice.

Si tratta di un atto normativo lunghissimo e complicatissimo (180 considerando, 113 articoli e 13 allegati, per 144 pagine del testo in italiano), a cui recentemente si sono aggiunte le Linee guida sui sistemi vietati (altre 137 pagine) e poi sulla stessa definizione di intelligenza artificiale (13 pagine), per chiarire un testo che viene riconosciuto così ufficialmente ostico.

Allora questa è l’occasione di riflettere sul metodo. Le regole servono, ma non fine a se stesse ed è fondamentale chiedersi quali siano gli obiettivi che si vogliono raggiungere emanando nuove regole. Le norme sull’intelligenza artificiale devono dare certezza a chi sviluppa favorendo l’innovazione, scongiurare la lesione dei diritti fondamentali, stabilire cosa si può o non si può fare, allocare le responsabilità. Altrimenti, per tornare a citare Draghi, sono dazi autoimposti.

Quanto agli investimenti, il positivo cambio di passo è nella iniziativa che la Commissione Europea ha lanciato (InvestAI), per mobilitare 200 miliardi di euro in investimenti nell’intelligenza artificiale. Si investe sulle gigafactory di AI per una grande partnership pubblico-privata. E una grande AI factory europea sta per partire a Bologna al Cineca.

Con riguardo ai talenti, le università europee e l’università italiana in particolare hanno una qualità di ricerca scientifica elevatissima. Il problema storico è valorizzare la ricerca e fare sì che essa possa trasformarsi in attività industriale.

Il “no” alle regole pronunciato dall’amministrazione USA a Parigi non è la migliore risposta alle esigenze di chi sviluppa tecnologie innovative: è meglio avere le regole, ma chiare.

Dunque a fronte di 61 Paesi che hanno comunque sottoscritto un impegno sui principi, l’Europa dovrebbe impegnarsi, anche in questo campo, per affermare la propria posizione, riformando il metodo legislativo, sostenendo la ricerca e investendo.

Anche con riferimento all’Ai, la posizione statunitense di rifiuto di ogni regolamentazione può e deve costituire uno stimolo per l’Unione europea.

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