Investiamo sul welfare, fattore di sviluppo
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La spesa per la protezione sociale in Italia al 2023 risulta pari al 29% del Pil, dato che ci colloca in una posizione più alta rispetto alla media europea, seconda solo alla Francia (32,6%), a quasi al pari della Germania (28,3 per cento). La spesa è però sbilanciata a favore delle pensioni e a svantaggio delle diverse forme di marginalità. Nello stesso tempo, una percentuale significativa di italiani (tra il 67% e l’80%) ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi fondamentali del welfare negli ultimi tre anni.
È uno dei segnali di allarme che emerge dal Rapporto “Sussidiarietà e… welfare territoriale”, realizzato in collaborazione con Aiccon, Ifel, Ipsos, Istat.
Un altro aspetto critico riguarda l’infanzia: i bambini fino a tre anni che frequentano servizi educativi sono meno del 30% in Italia, rispetto al 38% della media europea. Particolarmente grave è poi la situazione delle famiglie con persone disabili: oltre un quarto (28,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale.
Il Rapporto mostra che circa il 20% della spesa totale per il welfare è a carico delle famiglie. Di fronte all’assenza o all’inadeguatezza dei servizi chi può permetterselo (sempre di meno) paga di tasca propria. Chi invece non ha le risorse necessarie rinuncia o attende, creando così un «popolo di vulnerabili in sala d’attesa».
I fattori contingenti di crisi sono noti, ma non si discute a sufficienza della componente culturale e politica di fondo: la scelta di quale sistema-paese si voglia, se quello in cui il welfare è un investimento che non può essere tagliato, oppure quello in cui il welfare è una spesa che ci si può permettere quando l’economia è florida.
