Isaiah Berlin e i due concetti di libertà
di Vittorio Pelligra
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Può non essere del tutto superfluo riprendere ad esplorare, proprio oggi, il significato dell’idea di libertà. Proprio oggi che guerre contro l’invasore, contro il terrorismo, contro l’oppressione e la discriminazione, contro il mancato riconoscimento delle specificità e dei desideri delle minoranze, terrorizzano milioni di persone e portano morte, alimentando odio tra i popoli, rancore e sete di vendetta, spesso proprio in nome della libertà. Libertà che viene minacciata dall’esercizio di altre libertà, dal potere della tecnica, dalla libertà che supera le regole della democrazia, dalla libertà dei mercati che limitano le libertà delle persone. Libertà di opprimere, libertà di schiacciare, libertà di ignorare.
Il valore della libertà
Quanto è importante, allora, proprio oggi interrogarsi sul valore della libertà, sul concetto o sui concetti di libertà? Proprio tra queste pagine che da tempo stiamo dedicando all’esplorazione della storia dell’idea di giustizia. E libertà e giustizia sono idee legate a filo doppio, e non solo per i liberali classici come John Locke o Stuart Mill, ma anche per i moderni come von Hayek e Friedman, con accenti maggiori come nel caso dei libertari a là Nozick o più sfumati come nel socialismo liberale di John Rawls. Per molti, come per Kant per esempio, la libertà non solo costituisce uno dei pilastri fondanti di una società giusta, ma il grado stesso di giustizia di un dato ordine sociale si misura proprio con la sua capacità di garantire le condizioni di compatibilità delle libertà individuali. Libertà e giustizia, in questo senso, coincidono.
Isaiah Berlin
Eppure, se dovessimo identificare un unico nome, un pensatore che nel secolo scorso ha definito, chiarificato e illustrato meglio di chiunque altro il concetto di libertà, anzi i concetti, come vedremo, questi è senza dubbio il filosofo e storico delle idee Isaiah Berlin. Russo di nascita e inglese di adozione - la famiglia scappò poco dopo la rivoluzione del 1917 - venne educato tra Londra e Oxford e proprio ad Oxford trovò il suo primo impiego accademico e qui lavorò ed insegnò per il resto della sua vita. Dal 1957 e per i vent’anni seguenti fu Chichele Professor di Teoria Politica e Sociale per l’All Souls College. Proprio la lezione tenuta nel 1958 in occasione dell’inaugurazione di questo incarico diverrà la sua opera più importante e citata: il saggio intitolato Due concetti di libertà (Feltrinelli, 1989).
Libertà negativa e libertà positiva
“Costringere un uomo – esordisce Berlin – vuol dire privarlo della libertà. Libertà di cosa? (…) Non mi prefiggo di distinguere né la storia né i duecento e più sensi di questo termine proteiforme, che sono stati registrati dagli storici delle idee. Mi propongo di esaminare non più di due di questi sensi. Ma si tratta di quelli centrali che hanno dietro di sé una gran parte della storia umana passata e, oserei dire, anche di quella futura”. Questi due sensi distinti del concetto di libertà rispondono a domande differenti. Il primo, che egli chiama libertà “negativa”, risponde alla domanda: “Qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto la libertà di fare o di essere ciò che è capace di fare o di essere, senza interferenze da parte di altre persone?”. Il secondo senso del concetto è invece quello della “libertà positiva” che si definisce nel tentativo di rispondere alla domanda: “Che cosa o chi è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare o ad essere questo invece che quello?”. Da una parte, dunque, la libertà negativa viene definita come assenza di interferenze esterne, mentre quella positiva come autodeterminazione e auto-dominio.
Tra fraintendimenti e mistificazioni
Questi due concetti sono diventati così influenti nella storia del pensiero filosofico e politico che, come sempre capita in questi casi, hanno subito distorsioni, patito fraintendimenti e sono stati oggetto di rappresentazioni caricaturali. Charles Taylor è uno dei più acuti interpreti a segnalare questo rischio nel suo saggio What’s Wrong with Negative Liberty (1979). La visione caricaturale della libertà negativa viene riferita ad Hobbes e a Bentham e considera la libertà esclusivamente come l’assenza di ostacoli fisici o giuridici. “Questa visione – scrive Taylor - non avrà nulla a che fare con altri ostacoli meno immediatamente evidenti alla libertà, ad esempio la mancanza di consapevolezza, o la falsa coscienza, o la repressione, o altri fattori interni di questo tipo (…) Chiamo questa visione – continua Taylor - caricaturale in quanto ritratto rappresentativo della visione negativa, perché esclude in via stragiudiziale uno dei motivi più potenti dietro la moderna difesa della libertà, vale a dire l’idea post-romantica che il significato dell’autorealizzazione è per ogni persona originale e può quindi essere elaborato solo in modo indipendente”.



