Collezionismo, investimento: le ragioni dietro l’acquisto dell’alta gioielleria
Incontro con Nicolas Bos, il manager più atipico del mondo del lusso. Business e arte riuniti nello stesso sguardo. E un ruolo doppio, dirigenziale e creativo.
6' min read
6' min read
«Non esiste una definizione universale di lusso ed è questa la sua bellezza». Inizia così – seduti di fronte alla più bella vista di Roma, la terrazza di Villa Medici sul Pincio – la conversazione con Nicolas Bos, manager squisitamente atipico come atipica sarà la cifra di questo incontro. Siamo affacciati sulla Loggia dei Leoni: davanti, l’immagine di Mercurio Volante e la silva dei Giardini, alle spalle, i marmi e i fregi che il sole fa sembrare ancora più bianchi. La temperatura è calda, il tempo rallentato dalla disponibilità di gesti calibrati, una rara ansa di inattività. Bos coniuga in una sola identità professionale business e creatività. Nelle aziende di grandi gruppi come Richemont, l’anima inventiva viaggia di solito separata da quella gestionale, perché è difficile coniugare il valore e l’interesse, inseguire il bello e il profitto. Per il presidente e ceo di Van Cleef & Arpels, invece, quando la qualità precede i numeri, tutto viene naturale. Per questo anziché parlare di prodotto parliamo di viaggi, invece di breakeven, target e strategie incrementali, la lingua del management è stemperata di Baudelaire e Benjamin, risonante di Goethe, Poe, Auster. «Ci sono moltissimi luoghi dove non sono mai stato e che vorrei vedere di persona. Quando smetterò di lavorare, mi ripropongo di stare sei mesi o anche un anno solo in Italia. Ci sono così tanti posti da vedere, Roma, Venezia, Firenze, Napoli sono quasi degli archetipi, ma ci sono Mantova, Parma… Io sono fortunato perché ho casa in Italia, quello che mi manca è il tempo di girare e perdersi, scoprire ogni piccola città, ogni borgo con la sua storia straordinaria, l’arte, i palazzi, tutti quegli incontri che si fanno quando esci dai percorsi noti, dalle strade principali e semplicemente ti guardi in giro. In francese esiste una parola che esprime bene questo concetto, flânerie. Vagabondare senza meta e senza scopo: di questo ho nostalgia, pur viaggiando moltissimo per lavoro e per piacere».
L’origine del termine flâneur è incerta: alcuni lo fanno derivare dall’antico scandinavo flana (spostarsi vertiginosamente qua e là), altri da una parola irlandese che corrisponde al nostro libertino. C’è un’idea di estensione e sfrenatezza di sguardo che raramente coincidono ed è curioso che Bos ne parli proprio all’indomani della presentazione di una collezione di alta gioielleria dedicata al Grand Tour. Che legame ci sia fra le due dimensioni del viaggiare, elitaria peregrinatio academica o comune ozio bohémien, lo si può scoprire addentrandosi nelle pagine de Lo sguardo vagabondo di Giampaolo Nuvolati e ancor più nelle parole di André Suarés, scelte come battuta d’inizio e sintesi della ricerca della maison: «Come ogni cosa che conta nella vita, un bel viaggio è un’opera d’arte, una creazione». Per questo è inevitabile tornare al tema del tempo: privilegio di una spesa personale senza limite, che trasforma. «Non comincio un lungo viaggio né per tornare, né per portarlo a termine. Mi propongo solo di muovermi, finché il movimento mi piace. E giro per girare», scriveva Montaigne nel 1580. Lo leggo a Nicolas Bos che sorride e risponde con una puntualità divertita. «Il tempo, certamente, è il lusso. Poi ci sono gli oggetti di lusso, pezzi dove il piacere va oltre la funzione. Nell’intera storia dell’arte decorativa ed applicata ci sono oggetti indispensabili per vivere. Ma si può vivere anche senza gioia. Poi c’è, invece, quel sovrappiù di piacere, che è completamente personale, che può dipendere dal valore, dalla rarità, dall’unicità, ma anche dalla storia che c’è dietro a un prodotto o da risonanze del tutto soggettive: non c’è un universale senso della bellezza ed è probabilmente la differenza ciò che rende gli uomini umani. Ma sono convinto che, anche nelle peggiori condizioni, anche nei momenti più difficili, conserviamo la capacità di apprezzare ciò che va oltre la necessità e il bisogno, ciò che trascende il semplice respirare, mangiare, stare in vita. È una spinta fortissima». Su questa istanza s’innesta l’immaginazione di chi fa il lavoro di Bos, inventare piaceri da indossare, evasioni da collezionare. «Per quel che ne sappiamo, sono 80 o 100mila anni che si inventano gioielli, non necessariamente preziosi, ma legati a un’idea di ornamento e conservazione. Una delle collane più antiche è stata rinvenuta in Marocco, nel corso di scavi archeologici nella grotta di Bizmoune vicino ad Essaouira, e c’è chi riporta la datazione a 150mila anni fa. È fatta di semplici conchiglie, ma riflette lo stesso bisogno, espresso da ogni civiltà, in ogni luogo della terra, dal Sudamerica alla Cina, di costruire con le proprie mani abbellimenti per il corpo. Noi creiamo oggetti il cui valore ha anche un’oggettività, ma è soprattutto ispirazione. È la magia delle pietre e della luce, l’interpretazione infinitamente declinabile del bello e del ricercato». In tempi di volatilità dei mercati e di orientamenti finanziari sempre più complessi, oro e gioielli possono diventare una scelta di investimento. Forse una leva meno romantica, ma che dà un chiaro orientamento sull’andamento del settore. Non a caso in anni difficili come quelli che stiamo attraversando, il comparto della gioielleria ha registrato una crescita costante, specie nell’alto di gamma. «E c’è ancora un largo potenziale di crescita nel mondo», dice convinto Bos. I dati del gruppo Richemont parlano di un aumento del 19 per cento complessivo (per l’esercizio chiuso al 31 marzo 2023) e, nello specifico, le vendite delle maison di gioielleria del gruppo raggiungono un totale di 13,4 miliardi di euro e un utile operativo di 4,7 miliardi di euro. Il che significa un miglioramento del 34,9 per cento rispetto all’anno precedente. «Ancor prima del fattore-investimento va fatta una considerazione più allargata, che ha radici storiche e culturali.
Da sempre il gioiello è un valore che puoi portare con te, qualsiasi cosa ti succeda. È la prima cosa che pensi di portare via da una casa o un Paese che devi lasciare. Se sei in guerra, se la tua terra, le tue fabbriche, le tue proprietà vengono confiscate, puoi provare a vivere con il tuo oro, i tuoi gioielli. Non sorprende che un popolo perseguitato come quello ebraico abbia nel tempo sviluppato un’importanza centrale nel commercio di diamanti e pietre. C’è un’istanza legata alla cura, a preservare e proteggere che viene ben prima dell’idea di investimento speculativo. Detto questo, anche nel secolo attuale, i materiali preziosi, paragonati ad altri asset, hanno un forte pedigree e il loro valore è durevole. Era così ai tempi degli Egizi ed è tuttora così». È dunque questa una delle motivazioni d’acquisto di cui tenere conto? «Sarebbe triste e non è così. Le persone comprano gioielli perché amano indossarli, perché sono un piacere personale, un regalo, un momento da celebrare. Sanno che possono tenerli per sé e tramandarli. Accade lo stesso nel mercato dell’arte. Nel momento in cui acquisti un’opera solo perché è un buon affare dal punto di vista finanziario, e non perché ti piace, ti trasmette qualcosa, senti un legame particolare con quell’artista, forse cominci a fare la scelta sbagliata». Non esiste un cliente tipo dell’alta gioielleria, anche se il costo ne restringe l’accessibilità a quella che le ricerche di mercato definiscono la cuspide del lusso. «Ci sono persone che possono comprare uno, due o tre pezzi in tutta la loro vita, altri che li collezionano. C’è chi acquista per puro intuito e chi in modo razionale e sistematico. Qualcuno vuole solo Van Cleef, qualcun altro sceglie quel che più gli piace da ogni brand. Giovani, vecchi, occidentali, asiatici, gli amanti dell’alta gioielleria sono dappertutto, alcuni ci seguono da generazioni, collezione dopo collezione, altri per un certo periodo. Quello che però tutti trovano qui è una storia che è solo nostra». Quest’anno la storia è un viaggio multidimensionale nel tempo e nei luoghi, prende ispirazione dai gioielli antichi, etruschi, medioevali, rinascimentali e tocca Londra e Parigi settecentesche, attraversa le Alpi e scende in Italia, facendo tappa a Venezia, Firenze, Roma, Napoli. A ciascuna di queste città è dedicato un bracciale-tableau. «Sembrano dipinti, ma sono fatti di pietre incastonate con un grado di perfezione tecnica tale da garantire che il paesaggio resti perfettamente leggibile e senza vuoti sia quando sono aperti e piatti sia quando sono indossati attorno al polso». Un micromosaico di gemme che acquerella il profilo del Vesuvio e la cupola di San Miniato, il Colosseo e Palazzo Ducale. All’età di ottant’anni il genio di Akira Kurosawa celebrò la gioia infantile, intatta a qualunque età, di tuffarsi dentro a un quadro molto amato e diventarne parte animata. La stessa innocente felicità deve aver ispirato Bos quando ha pensato di celebrare il Grand Tour di Van Cleef & Arpels a Villa Medici e di farlo riproducendo in ogni dettaglio l’olio su tela della festa di Chateaubriand del 1829. Musici e saltimbanchi, mongolfiere sonore, carrozze e cavalieri: se arte e alta gioielleria seguono percorsi affini, dove gusto personale ed emotività sono parte del piacere che è esperienza prima che possesso, entrare – non con gli occhi o l’immaginazione, ma fisicamente – nei colori di Louis Dupré e Sébastien Norblin de la Gourdaine, è il mio soggettivo senso del lusso perfetto.

