Italia, tutti i cantieri aperti per diventare (davvero) un Paese digitale
La crisi del Covid ha accelerato tendenze già in atto e aggravato problemi preesistenti, dal lavoro alla Pa. Ma ora serve un cambio di passo
di Luca De Biase
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Nell'Italia digitale, tendenze di lungo termine sono state accelerate dalla crisi del 2020. E problemi di antica data si sono aggravati. Una policy che voglia trasformare questa tragica circostanza nel punto di partenza della ripresa ha molto materiale fattuale su cui lavorare.
Nel corso dei lock-down decisi per contenere la velocità del contagio della covid-19 allo scopo di ridurre i picchi di ricoveri negli ospedali, gli italiani hanno fatto ricorso alle tecnologie digitali con quantità e qualità che non si erano mai viste.
Aumento dell'ecommerce. Aumento del food delivery. Aumento delle truffe online: secondo il Clusit, l'aumento è stato del 12%, dunque inferiore all'incremento di molte altre variabili, segno probabilmente che la produttività dei criminali ha raggiunto il suo limite. Il traffico, a giudicare dai dati registrati al Milan Internet Exchange, il Mix, il centro di smistamento del traffico tra i vari operatori, è aumentato in una settimana dalla clausura da 0,75 a 1,1 terabit al secondo e non è più sceso per molto tempo.
Dallo streaming al lavoro, come è cambiato il rapporto fra gli italiani al Web
«Inoltre» diceva allora Joy Marino, presidente del Mix, «l'upload è aumentato del 100% rispetto alla media delle due settimane precedenti. Il traffico è cambiato con le abitudini degli italiani: non sono più collegati prevalentemente la sera per vedere Netflix ma restano online tutto il giorno e lavorano, collaborano, fanno videochiamate, mandano file pesanti e ne ricevono altrettanti». Il fenomeno più sorprendente del 2020 è stato il passaggio massiccio, e apparentemente riuscito, di milioni di italiani al lavoro da remoto. La rete ha tenuto. I nervi degli studenti costretti alla didattica a distanza - e quelli dei loro genitori - meno: giustamente. È aumentato anche il numero di fattorini che portavano il cibo a casa dei clienti dei ristoranti chiusi, anche loro lavoratori da remoto: un fenomeno importante, che il tribunale di Milano ha preso in esame decidendo di equipararli a lavoratori dipendenti.
La telemedicina non decolla
Intanto, la telemedicina non è decollata. Il sistema sanitario che tutto aveva fatto salvo prepararsi a una pandemia non ha trovato il tempo di riorganizzarsi sfruttando meglio il digitale, se non per alcune scelte tanto episodiche quanto lungimiranti. Le imprese infine si sono date da fare. Hanno scoperto che se non si vende fisicamente si può anche cercare l'ecommerce. Per molte di queste imprese era la prima volta. Si sa ancora poco dei numeri di questo ultimo fenomeno che si può commentare soltanto con un “meglio tardi che mai”. Partire da osservazioni fattuali è un esercizio utile per un governo che voglia fare un piano digitale per la ripresa italiana. Magari incrociandoli con i dati raccolti nel The Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione europea che segnalano impietosamente l'arretratezza digitale media italiana.
Quali priorità ne emergono?Dal punto di vista dell'abilità del sistema italiano a stare al passo con la competizione degli altri sistemi-paese europei, l'Italia ha un primo punto di debolezza nel livello del suo capitale umano: la competenza digitale, misurata con il numero di specialisti informatici e con il numero di persone che hanno un'alfabetizzazione digitale di base sul totale della popolazione, è la variabile per la quale l'Itala si trova più indietro. È ultima nella classifica europea a tutti i livelli, specialistici e di base: non c'è nessun paese peggiore dell'Italia da questo punto di vista. E poiché l'efficacia della dotazione di tecnologie digitali in un paese dipende dalla capacità di utlizzarle manifestata dalla sua popolazione, un recupero sul piano delle competenze digitali dovrebbe essere la priorità delle priorità.

