Giustizia

Iter giudiziari e sentenze sono la falla del sistema italiano

La violenza sessuale descritta come uno scherzo, l'empatia che si sposta dalla donna vittima all'uomo violento. Per il presidente del Tribunale di Milano Roia serve una formazione multidisciplinare

di Chiara Di Cristofaro

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(Ansa)

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Una molestia che viene descritta come un fatto scherzoso, una porta socchiusa che viene scambiata come un «invito a osare», la violenza domestica descritta come lite familiare, le azioni o il carattere della vittima che diventano causa delle azioni violente e il raptus, se anche non viene più chiamato così, che emerge ancora in alcune ricostruzioni sotto mentite spoglie, magari come «delitto d'impeto». Le parole con cui le sentenze raccontano i casi di violenza sulle donne sono significative: disegnano la realtà e contribuiscono a creare la cultura. Ma svelano anche stereotipi e pregiudizi che possono influenzare la narrazione giudiziaria e quindi l'esito dei processi.

Tra gli esempi più recenti, la sentenza di assoluzione a Roma di un collaboratore scolastico accusato di aver palpeggiato una studentessa di 17 anni. In quel caso, i giudici hanno reputato credibile la ragazza e giudicato l'atto come violenza sessuale, ma hanno reputato di assolvere l'imputato per non aver commesso il fatto, convinti dalla «tesi difensiva dell’atto scherzoso». Un altro caso molto discusso la scorsa estate - quando ne sono state pubblicate le motivazioni - è stata l'assoluzione a Firenze di due giovani accusati di aver stuprato nel 2018 una 18enne, loro amica, durante una festa. Il gup ha motivato l'assoluzione con «l'errata percezione del consenso» della giovane che, sottolinea la sentenza, in passato aveva avuto comportamenti che potevano aver creato un fraintendimento nei due giovani. Una sentenza che rimette al centro il tema del consenso, mentre mostra anche quella forma di vittimizzazione secondaria che consiste nello scandagliare i comportamenti passati della donna, per giustificare l'atto violento. Un altro filone di sentenze è quello che sposa il punto di vista del maltrattante, in cui l'empatia si sposta dalla vittima al carnefice, come in una decisione del 2018 a Genova per femminicidio in cui si dice che il comportamento della vittima ha fatto «impazzire» il marito, ha «provocato» la sua reazione. L'uomo, scrive il giudice, «ha agito sotto la spinta di uno stato d'animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile».

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«I magistrati vivono in questa società, hanno idee e pregiudizi - commenta il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia -. Quelle frasi nelle sentenze o negli atti giudiziari, dove si parla per esempio di conflitto e non di violenza, derivano o da un’assenza di formazione multidisciplinare o dal fatto che si stia trasferendo in ambito giudiziario un pregiudizio personale. Noi dobbiamo imparare a giudicare in maniera laica, eliminando condizionamenti anche involontari su temi di grande sensibilità come questo. Per fortuna - conclude - queste sentenze sono casi isolati».

Un’importanza, quella della lingua delle sentenze, che ben era emersa nel 2020 col Rapporto Step, un progetto con capofila l’Università della Tuscia, in partnership con Differenza donna e sostenuto dal Dipartimento Pari opportunità, che esaminando il linguaggio di 250 sentenze (oltre che dei media) metteva in evidenza gli stereotipi e i pregiudizi di cui erano intrisi molti dispositivi, mostrando così quanto sia ancora difficile il passaggio da una società patriarcale a una società di parità tra i sessi. Le leggi possono imprimere un’accelerazione al cambiamento culturale ma non lo esauriscono e l’analisi delle sentenze mostra proprio questa resistenza culturale, le radici dello stereotipo. Dal Progetto Step è nato nell’ottobre scorso un Osservatorio dedicato ai media, mentre il lavoro sulle sentenze proseguirà grazie a un accordo con il Tribunale e la Procura di Tivoli e con un progetto che ha vinto il bando Prin 2020 del Miur, coordinato da Flaminia Saccà, ordinaria di sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza. Questa volta però l’analisi di poco meno di 500 sentenze andrà alla ricerca delle best practices, per mostrare quali sono le strategie efficaci di contrasto alla vittimizzazione secondaria e come, stavolta in positivo, le parole di una sentenza possono fare la differenza nella rinascita di una donna e nella società tutta.

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