John Stuart Mill, il traghettatore. Dall'epoca della crisi all'armonia sociale
John Stuart Mill è in genere considerato un pensatore utilitarista, ma la sua critica a Bentham, il padre ufficiale di quella corrente di pensiero, è così profonda che si potrebbe supporre il suo sia un approccio del tutto originale e indipendente dall'utilitarismo di Bentham
di Vittorio Pelligra
5' min read
5' min read
John Stuart Mill è in genere considerato un pensatore utilitarista, ma la sua critica a Bentham, il padre ufficiale di quella corrente di pensiero, è così profonda che si potrebbe supporre il suo sia un approccio del tutto originale e indipendente dall'utilitarismo di Bentham. Se quest'ultimo fu un bambino prodigio - a 12 anni frequentava già l'Università di Oxford - Mill non fu da meno. Educato esclusivamente in casa dal padre James, anch'egli intellettuale di primo piano, amico di David Ricardo, Jean-Baptiste Say e dello stesso Bentham. Il giovane John divenne molto presto precettore dei suoi fratelli più piccoli.
Non volle mai frequentare né Oxford né Cambridge per mantenere la sua indipendenza dalla chiesa anglicana. Pubblicò il suo primo saggio a sedici anni e fondò la prima rivista, la Westminister review, all'età di diciotto. Fu amico di Compte e Tocqueville, padrino di battesimo del piccolo Bertrand Russell e divenne rettore dell'Università di St. Andrews in Scozia.
La sua rottura con il pensiero di Bentham fu lenta, a tratti titubante e mai radicale. Secondo l'interpretazione di Rawls questo avvenne per due ragioni principali: innanzitutto perché Mill si diede come missione quella di educatore del futuro ceto politico che avrebbe governato la cosiddetta “società organica” di una nuova e imminente fase storica caratterizzata da pace e armonia. Per potersi rivolgere a questo uditorio ed essere letto e compreso i suoi scritti non potevano essere troppo originali e difficili. Altrimenti avrebbe perso i suoi lettori e fallito la sua missione. C'è anche una seconda ragione, più personale: il rapporto con il padre, severo ed esigente e amico e collaboratore di Bentham. Per lui la rottura definitiva del figlio con le posizioni del maestro, avrebbe rappresentato, da una parte una delusione umana e dall'altra, avrebbe dato forza ai suoi avversari politici, i Tories, che avevano una posizione filosofica opposta.
Welfarismo e il consequenzialismo
L'utilitarismo classico, ne abbiamo parlato a lungo le settimane scorse, si definisce intorno a due dimensioni fondamentali: il welfarismo e il consequenzialismo. Rispetto al primo punto scrive Mill nelle sue Osservazioni sulla filosofia di Bentham (1833) “I principi primi [...] sono questi; – che la felicità, con il quale termine si intende il piacere ed evitare il dolore, è l'unica cosa desiderabile in sé; che tutte le altre cose sono desiderabili sono come mezzi per tale fine: che la produzione, quindi, della maggiore felicità possibile è l'unico principio adeguato di ogni pensiero e ogni azione umana, e di conseguenza di ogni morale e ogni governo; e inoltre, che il piacere e il dolore sono i soli fattori dai quali sia governata la condotta umana”.
La felicità intesa edonisticamente come piacere o come assenza di dolore deve essere assunta, dunque, quale misura ultima di ciò che è buono e ciò che non lo è. Il secondo aspetto, il consequenzialismo, invece, riguarda il fatto che la bontà delle azioni deve essere valutata esclusivamente sulla base delle conseguenze che tali azioni producono. Se un'azione genera più felicità o utilità di un'altra, allora la prima è da ritenersi migliore dell'altra. Una posizione definita come “principio delle conseguenze specifiche”. Entrambe le posizioni vengono criticate da Mill e superate con una visione più inclusiva e complessa dei concetti di “utilità” e di “conseguenza”.


