Analisi sul debito pubblico

Ken Fisher: «Corsa a comprare BTp? Fidatevi del mercato, non dei rating»

Per il finanziere «i mercati ignorano le inutili agenzie di rating e vedono la realtà»: «Italia meglio degli Usa sulla durata media del debito»

di Ken Fisher

I dati Banca d'Italia indicano ad ottobre un debito pubblico  a 2.868 miliardi.  ANSA/ANGELO CARCONI

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Come può il debito “Baa3” essere B-b-bellissimo? Anche dopo il mancato declassamento da parte di Moody’s a novembre, il rating del debito italiano è poco più che spazzatura. Le agenzie di rating temono il rapporto debito/Pil dell’Italia (141%). Eppure i BTp a 10 anni rendono poco meno dei Treasury decennali, sebbene il debito americano sia più basso, il rating più elevato e i Treasury abbiano lo status di “titoli rifugio” a livello globale.

I mercati obbligazionari sono forse impazziti? No, semplicemente ignorano le inutili agenzie di rating e vedono la realtà: negli anni 2010 l’Italia ha allungato le scadenze delle obbligazioni, portando i costi annuali a lungo termine su livelli accessibili, mentre le autorità statunitensi hanno agito in modo maldestro. I mercati sapevano che il debito italiano non era così disastroso.

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Il giudizio dei mercati

L’opinione di Ken Fisher, presidente esecutivo di Fisher Investments

Ken Fisher

Il ritardo delle agenzie di rating

Conta la valutazione del mercato, non quella delle agenzie, che, come Moody’s, restano indietro e presentano fatti già noti come novità.

Pensate al declassamento dell’Italia da parte di Moody’s nel 2018. Nell’aprile 2023, i BTp decennali rendevano l’1,10% in più del benchmark europeo (i Bund tedeschi a 10 anni) e l’1,25% in meno degli omologhi statunitensi, i titoli rifugio mondiali. Più avanti, il 18 ottobre, proprio il giorno prima del declassamento di Moody’s, lo spread tra titoli italiani e tedeschi era balzato al 3,15%. I rendimenti dei BTp a 10 anni superavano dello 0,42% quelli dei titoli Usa. Solo successivamente è arrivato il declassamento. E dopo? Gli spread sono scesi fino alla fine dell’anno e un anno dopo i BTp rendevano appena l’1,3% in più dei Bund tedeschi, e lo 0,85% in meno dei Treasury.

Oppure pensate ai declassamenti degli Usa nel 2011 e nel 2023, quando S&P e Fitch hanno tagliato i rating a causa dei contrasti sul tetto del debito al Congresso: i rendimenti non sono saliti perché i mercati sapevano che non esisteva il rischio di default. Le agenzie di rating sono rimaste indietro anche durante la crisi del debito europeo, declassando i rating dopo che i mercati avevano già superato eventi ben noti, come i dati poco attendibili sul deficit greco nel 2009. Prima della crisi finanziaria del 2008 le agenzie di rating non avevano previsto problemi per le grandi banche e il debito subprime. E abbiamo visto come è andata a finire.

Quest’estate, prima del declassamento di Moody’s che si prevedeva, i timori hanno fatto salire lo spread tra i decennali italiani e tedeschi, passato dall’1,54% del 16 giugno al 2,07% del 9 ottobre, rimanendo però sotto il picco post-Draghi di fine 2022 (2,54%) e tornando all’1,76% il 16 novembre, il giorno prima della decisione di Moody’s.

I mercati non avevano bisogno delle rassicurazioni delle agenzie: avevano previsto tutto!

Sapevano da tempo ciò che ancora sfugge alle agenzie: confrontare il debito totale (cumulato) con il Pil (un flusso annuale) non ha alcun senso. Cos’è che conta davvero? Il costo corrente del debito, e quello dell’Italia è decisamente conveniente. Fino al secondo trimestre i pagamenti di interessi annualizzati sono stati pari al 16,3% del gettito fiscale. L’incremento rispetto a due anni prima è stato del 4% circa, in linea con le medie ventennali precedenti e ben al di sotto dell’astronomico 40% e più dei primi anni ‘90.

Le scadenze dei bond

Il motivo è che l’Italia ha allungato le scadenze dei bond. All’inizio degli anni ‘90 la scadenza media ponderata dei titoli di Stato italiani era di circa 3 anni, mentre nei primi anni 2000 superava i 5. Oggi è pari esattamente a 7. Con tassi più bassi più a lungo, il costo del debito è gestibile, anche dopo i rialzi dei tassi. Il tasso di mercato attuale infatti influisce solo sul debito di nuova emissione. Il debito esistente è bloccato fino alla scadenza: quanto più lunga è la scadenza, tanto più a lungo il costo annuo è garantito.

Italia e Usa a confronto

L’Italia ha gestito bene la sua strategia sui tassi. Gli Usa no. La scadenza media ponderata del debito Usa è rimasta piatta dal 2015 al 2019, per poi crollare durante la pandemia. Nel 2021 è risalita, ma subito dopo i rialzi dei tassi hanno fatto lievitare i costi delle nuove obbligazioni. Così, mentre al culmine della crisi del 2011 i rendimenti dei BTp a 10 anni superavano quelli dei Treasury decennali di oltre il 5%, ora sono più bassi. Ben fatto, Italia!

In questo, gli Usa hanno fallito clamorosamente. Avrebbero potuto testare la domanda di obbligazioni a 50 anni nella fase di tassi ai minimi del 2010-2021, assicurandosi potenzialmente un finanziamento a bassissimo costo per decenni. L’Austria e l’Argentina, inadempiente seriale, hanno addirittura emesso obbligazioni a 100 anni! Allungare le scadenze medie anche solo di qualche anno avrebbe giovato molto. Le autorità statunitensi, invece, non volendo pagare un po’ di più in anticipo per avere notevoli benefici in futuro (di norma i tassi a lungo termine sono più alti di quelli a breve), hanno scelto una politica di breve termine. Come risulta chiaro ora, si è trattato di un atteggiamento decisamente miope. L’America è ben lungi dal default o da problemi di debito, ma ha sprecato un’occasione per acquistare libertà fiscale a lungo termine.

L’unico verdetto? Gli investimenti

L’assenza di crisi in Italia non rende migliore il debito sovrano. Una spesa pubblica futura elevata può togliere spazio agli investimenti privati, il che può essere un problema. Inoltre spesso i governi spendono in modo poco accorto. Qualunque cosa pensiate del debito, ricordatevi che i giudizi delle agenzie di rating sono riflessioni successive che forniscono poche indicazioni utili sulla validità del debito. Ignorate gli sbalzi d’umore di Moody’s e osservate i mercati. Il loro è l’unico giudizio che conta.

Presidente esecutivo di Fisher Investments

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