Analisi

Kering-Gucci e non solo: tutte le nubi sull’orizzonte del lusso

La crisi del gruppo francese, secondo solo a Lvmh nell’alta gamma, è legata al turn around di Gucci, ma ci sono fattori che riguardano tutto il settore, dal rallentamento della Cina alle crisi reputazionali sui temi di sostenibilità

di Giulia Crivelli

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Crolli come quello di Kering, secondo gruppo del lusso al mondo, alla Borsa di Parigi dopo un insolito – e quindi ancora più allarmante – “sales warning” non sono necessariamente un segnale negativo per l’intero settore. E in effetti sui conti del primo trimestre di Kering (previsti in calo del 10%, anche se il dato ufficiale arriverà il 23 aprile) va fatto un ragionamento a sé: il gruppo guidato da François-Henri Pinault è storicamente trainato da Gucci, che dal 2022 è entrato in crisi e che è in una fase di profonda trasformazione, sia sul fronte manageriale sia su quello creativo (in alto, la sfilata Gucci durante la settimana della moda di Milano del settembre 2023, con la collezione per la primavera-estate 2024, ora nei negozi).

Il rallentamento iniziato alla fine del 2023

Ma è anche vero che a partire dal quarto trimestre 2023, tutti i grandi nomi del lusso hanno rallentato – con eccezioni che si contano su una mano – e che sul 2024 si addensano molte nubi, per motivi esterni al settore, ma anche per fattori interni. Nubi confermate dai numerosi segnali di nervosismo che hanno dato i mercati nelle ultime settimane: annunci o indiscrezioni che in situazioni più tranquille non avrebbero quasi certamente scatenato reazioni in Borsa, hanno fatto scattare ribassi immediati e anche quando sono partiti da un singolo titolo, per ragioni strettamente legate a quel titolo, hanno contagiato – almeno per la giornata borsistica – l’intero settore.

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Segnali di nervosismo nei primi mesi del 2024 su Moncler

Tre esempi su tutti. I primi due riguardano il gruppo Moncler (che alla fine del 2020 ha acquisito Stone Island): in febbraio l’azienda, quotata a Milano dal 2013, ha pubblicato i dati 2023, con ricavi consolidati a quota 2,984 miliardi, in crescita del 17% a cambi costanti (+15% a cambi correnti) rispetto a 2,602 miliardi nel 2022. Molto bene anche la redditività, con un risultato netto di gruppo pari a 611,9 milioni, rispetto ai 606,7 milioni del 2022. Eppure nel giorno del riassetto di Double R, la holding del ceo e presidente del gruppo Moncler Remo Ruffini, annunciato qualche giorno prima della pubblicazione dei conti 2023, il titolo arrivò a perdere fino al 3% . Il 24 febbraio la famiglia Rivetti (che aveva venduto Stone Island), tramite la società Grinta, aveva annunciato di essere diventata azionista diretta di Moncler con il 3,9% ed era stato chiaro a tutti che si trattava di una mossa per avere “mano libera” sulla partecipazione. Il secondo episodio, sempre legato a Moncler, è legato proprio a questo: a distanza di meno di un mese dal riassetto di Double R, la famiglia Rivetti ha annunciato di aver avviato le procedure per vendere il 3,5% della sua partecipazione. E il titolo è di nuovo arrivato a perdere il 3%, per poi chiudere a -1%. Nervosismo, dicevamo, visto che la mossa di Rivetti era stata largamente prevista dagli analisti e che a oggi Grinta ha venduto solo l’1,18% di azioni Moncler e che pertanto la quota di Grinta in Moncler – e sui la società ha pieni diritti di voto – risulta a oggi pari al 2,7%, come si può leggere nella sezione Investor Relation del sito del gruppo .

Altri indizi dall’andamento di Cucinelli

Il terzo esempio di nervosismo dei mercati in questa prima parte del 2024 è venuto dalla reazione della Borsa di Milano all’annuncio dei conti del 2023 di Brunello Cucinelli. Ai primi di gennaio l’azienda aveva reso noto i dati sui ricavi, cresciuti del 23,9% a cambi costanti (+26% a cambi correnti) a 1,14 miliardi, sostenuti da un quarto trimestre da record (in controtendenza quindi rispetto ad altri player del settore, a cominciare da Lvmh, primo gruppo del lusso al mondo). Il 14 marzo, a mercati chiusi, sono arrivati anche i dati sulla redditività: l’utile netto è cresciuto del 42% a 123,8 milioni e alla prossima assemblea dei soci il board proporrà un dividendo di 0,91 euro per azione, corrispondente a un payout ratio del 50%. Positivo era stato l’outlook, diffuso il 14 marzo, di Bloomberg in attesa dei conti, con 5 giudizi Buy (acquistare), 5 Hold (tenere) e un solo Sell (vendere) e un target price medio di 102,31 euro. Ma venerdì 15 marzo il titolo è arrivato a perdere il 7%. Perché tanta fretta di vendere, verrebbe da chiedersi, nonostante anche l’outlook fornito da Brunello Cucinelli, fondatore, presidente esecutivo e direttore creativo dell’azienda, a margine dei conti?

Le parole di Bernard Arnault sulla sostenibilità della crescita

Forse la risposta sta (anche) nelle parole di Bernard Arnault, fondatore, presidente e ceo di Lvmh (nonché uomo più ricco di Francia e numero due o tre al mondo a seconda dei calcoli): nel 2023 i ricavi del gruppo sono cresciuti del 13%, a quota 86,2 miliardi, con un utile netto di 15,2 miliardi, +8% sul 2022. Nella conference call con gli analisti di presentazione dei risultati, Arnault aveva detto che «una crescita fra l’8 e il 10% è perfetta», aggiungendo di «essere molto contento del rallentamento», intendendo che una normalizzazione era necessaria per la sostenibilità della crescita a medio e lungo termine. Quel giorno il titolo del numero uno del lusso mondiale era arrivato a guadagnare il 12% sull’Euronext di Parigi, con effetti positivi sulle azioni di altri player del comparto (Kering a +4,4%; Richemont a +4,6%; Moncler a +5,6%; Prada Group a +2,25 per cento).

Il rischio di «fare di tutta l’erba un fascio»

Vale davvero la pena di usare l’espressione fare di tutta l’erba un fascio quando si osservano gli andamenti del settore come reazioni a singoli annunci di singole aziende. Come detto, nel caso di Lvmh in gennaio, i conti positivi fecero salire il titolo e molti altri del comparto. Ma nei casi citati dei cali di Moncler e Cucinelli è accaduto l’opposto, con effetti negativi per tutto il comparto. Una reazione che, amplificata, si è vista anche dopo l’annuncio di Kering sul calo del fatturato del primo trimestre.

La specificità di Gucci

Dopo anni di felice conduzione della maison da parte del tandem formato da Marco Bizzarri (ceo e presidente dal 2015, nonché membro del comitato esecutivo di Kering dal 2012, uscito nel settembre 2023) e Alessandro Michele, i risultati in calo hanno portato all’addio dello stilista, nel novembre 2022, e dopo meno di un anno a quello di Bizzarri. Rimettere in moto un’azienda come Gucci non è facile: in febbraio, dopo i dati del 2023, François-Henri Pinault lo aveva detto chiaramente. I numeri però erano migliori di quelli annunciati nel comunicato più recente: dopo un 2022 stabile (+1% su base comparabile), Gucci aveva chiuso il 2023 in calo del 2% su base comparabile (-6% a dati pubblicati), a 9,87 miliardi, mentre gli utili erano diminuiti del 13%, a 3,26 miliardi. «Il calo dovrebbe continuare nel 2024», avevano avvertito i leader del gruppo in febbraio. Ma nessuno, pare, si aspettava un calo a due cifre e soprattutto un crollo di Gucci. Anche al direttore creativo Sabato De Sarno, nominato nel gennaio 2023 (due mesi dopo l’uscita di Michele quindi) Kering sta dando tempo. Però sono già due le collezioni che hanno sfilato (nel settembre 2023 e nello scorso febbraio) e i risultati tardano ad arrivare.

L’incognita Cina e Asia-Pacifico

Tra i fattori che hanno inciso negativamente sull’andamento dei primi due mesi del 2024 di Gucci, ha spiegato Kering, ci sono le vendite in Cina, che insieme agli Stati Uniti è il primo mercato dei beni di lusso personali. Come sappiamo, il Paese ha rallentato la sua crescita complessiva (+5% le stime sul Pil per il 2024) e vive seduto sulla bolla (secondo alcuni “bomba”) del settore immobiliare. Non solo: cresce la disoccupazione giovanile e i comportamenti delle giovani generazioni diventano sempre meno prevedibili, specie da parte della maison occidentali.

Il tema della sostenibilità e dei listini

Ci sono infine due fattori da non trascurare: il primo è il rischio di crisi reputazionali, in particolare legate alla sostenibilità ambientale e sociale. Si pensi ad esempio alle recenti accuse rivolte a Loro Piana (gruppo Lvmh) per la sproporzione tra i prezzi dei suoi capi in vicuna e il guadagno che ne traggono i pastori del Perù . Il controllo delle filiere e la differenza tra costi di produzione e prezzi finali, nonché le condizioni di lavoro riguardano soprattutto le fasce medie del mercato, ma l’alto di gamma non è esente, specie a fronte di listini che negli ultimi anni sono cresciuti a tassi molto più alti dell’inflazione, sostenendo ricavi e utili di tutti i nomi del lusso, da Chanel a Louis Vuitton, da Prada a Zegna. Ma quanto ancora possono crescere i prezzi finali senza che persino gli Hnwi (high net worth individuals) frenino gli acquisti?

Occhi puntati sulle trimestrali

Non resta quindi che aspettare i dati del primo trimestre delle aziende quotate, senza dimenticare le incognite geopolitiche di un mondo che mai come nel 2024 sembra palcoscenico di quella che Papa Francesco chiamò, già alcuni anni fa, “guerra mondiale a pezzi”.

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