L’altra faccia dell’entropia urbana: perché funzionano le città dei 15 minuti
Contro la gentrificazione e l’overtourism: dall’intuizione di Carlos Moreno sono nate 130 iniziative, dalla Francia alla Corea del Sud. Con l’obiettivo di rendere gli spazi in cui viviamo più inclusivi
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Ripensare gli spazi urbani affinché per ogni cittadino diventi possibile soddisfare in tempi ragionevoli, e spostandosi soltanto a piedi o in bicicletta, tutti e sei i principali aspetti del vivere – abitare, lavorare, studiare, curarsi, fare acquisti e divertirsi.
Il concetto della città dei 15 minuti ha assunto ormai le dimensioni di un movimento globale, ispirando oltre 130 progetti in cinque continenti.
Teorizzato da Carlos Moreno, direttore scientifico del laboratorio di ricerca ETI (Entrepreneuriat Territoire Innovation) dell’IAE ParisSorbonne - Université Paris 1 PanthéonSorbonne, mostra grande flessibilità e può essere adattato a contesti estremamente diversi.
Il tutto mantenendo intatta la sua sfida, ovvero: «Partecipare, con creatività e impegno, alla trasformazione delle città per renderle più vivibili, più vitali, per evitare che si disincarnino, perché la qualità della vita conti più di qualsiasi prodezza tecnologica», come scrive lo stesso Moreno nel libro La città dei 15 minuti (Add).
Secondo il docente, ospite d’onore dell’apertura dell’anno accademico dell’Università di Milano-Bicocca, l’obiettivo centrale non dev’essere più progettare gli spazi, bensì la vita urbana. «Rappresenta un cambio di paradigma piuttosto radicale. L’urbanistica del XX secolo si è concentrata sulle infrastrutture e ha allontanato le diverse attività della vita dei cittadini – personali, professionali, commerciali, amministrative –, affidando alle auto e alle strade il compito di collegarle. Questa separazione, conseguenza del funzionalismo e della zonizzazione, ci ha costretto a sacrificare il tempo per la famiglia, per gli amici. Dare priorità alla vita urbana significa andare nella direzione di una maggiore umanizzazione», afferma.




