Buona idea

L’altra faccia dell’entropia urbana: perché funzionano le città dei 15 minuti

Contro la gentrificazione e l’overtourism: dall’intuizione di Carlos Moreno sono nate 130 iniziative, dalla Francia alla Corea del Sud. Con l’obiettivo di rendere gli spazi in cui viviamo più inclusivi

di Gabriella Grasso

Una vista dall’alto di Barcellona

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Ripensare gli spazi urbani affinché per ogni cittadino diventi possibile soddisfare in tempi ragionevoli, e spostandosi soltanto a piedi o in bicicletta, tutti e sei i principali aspetti del vivere – abitare, lavorare, studiare, curarsi, fare acquisti e divertirsi.

Il concetto della città dei 15 minuti ha assunto ormai le dimensioni di un movimento globale, ispirando oltre 130 progetti in cinque continenti.

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Teorizzato da Carlos Moreno, direttore scientifico del laboratorio di ricerca ETI (Entrepreneuriat Territoire Innovation) dell’IAE ParisSorbonne - Université Paris 1 PanthéonSorbonne, mostra grande flessibilità e può essere adattato a contesti estremamente diversi.

Il tutto mantenendo intatta la sua sfida, ovvero: «Partecipare, con creatività e impegno, alla trasformazione delle città per renderle più vivibili, più vitali, per evitare che si disincarnino, perché la qualità della vita conti più di qualsiasi prodezza tecnologica», come scrive lo stesso Moreno nel libro La città dei 15 minuti (Add).

Secondo il docente, ospite d’onore dell’apertura dell’anno accademico dell’Università di Milano-Bicocca, l’obiettivo centrale non dev’essere più progettare gli spazi, bensì la vita urbana. «Rappresenta un cambio di paradigma piuttosto radicale. L’urbanistica del XX secolo si è concentrata sulle infrastrutture e ha allontanato le diverse attività della vita dei cittadini – personali, professionali, commerciali, amministrative –, affidando alle auto e alle strade il compito di collegarle. Questa separazione, conseguenza del funzionalismo e della zonizzazione, ci ha costretto a sacrificare il tempo per la famiglia, per gli amici. Dare priorità alla vita urbana significa andare nella direzione di una maggiore umanizzazione», afferma.

Si tratta di un processo complesso che prevede l’azione congiunta di tre attori: «Le amministrazioni locali devono offrire più servizi di prossimità, dotarsi di strumenti che favoriscano il commercio locale e rendere i quartieri più accessibili ai pedoni e alle bici. I cittadini devono cambiare mentalità: siamo abituati a utilizzare l’auto anche per tragitti brevi, a considerarla uno strumento di libertà, ma basta pensare all’inquinamento, all’obesità causata dalla cattiva alimentazione e alle malattie cardiovascolari per capire che questo stile di vita non è più sostenibile. Infine i poteri economici devono modificare l’organizzazione del lavoro: non è accettabile che un dipendente sia costretto a percorrere 45 minuti in auto per raggiungere l’ufficio, esponendosi oltretutto a un grande stress. Va ridotto il numero di ore lavorative settimanali e favorito il ricorso alla tecnologia. Soltanto l’azione di questi tre attori consentirà di trovare una nuova entropia urbana».

Se reindirizzare l’approccio dell’amministrazione pubblica e dei cittadini è una sfida impegnativa, ma forse non impossibile, ottenere la piena collaborazione di chi vede nelle città solo opportunità di investimento (la gentrificazione e l’overtourism sono, non a caso, due recenti e problematici fenomeni urbani) richiede uno sforzo immaginativo.

«Il modello economico va cambiato nel suo complesso», conferma Moreno. «Collaboriamo con economisti come Paul Krugman (Premio Nobel per l’economia nel 2008, esperto di geografia economica, ndr) e teorizziamo la prossimità sostenibile. Negli ultimi decenni il lavoro è stato delocalizzato in Paesi con costi di produzione più bassi, mentre questo è il momento della rilocalizzazione: bisogna utilizzare la tecnologia per creare un nuovo modello che riporti i posti di lavoro nei quartieri dove si abita – e dove, oltretutto, attività commerciali di diverso tipo sarebbero incentivate ad aprire, creando ulteriori opportunità occupazionali».

Un ritratto di Carlos Moreno, direttore scientifico del laboratorio di ricerca ETI (Entrepreneuriat Territoire Innovation) dell’IAE Paris-Sorbonn. ©Thomas Baltes

L’esportazione globale delle teorie di Moreno è partita qualche anno fa da Parigi, sua città di adozione (lui è nato in Colombia). La sindaca della capitale francese, Anne Hidalgo, è stata la prima ad abbracciare in pieno il concetto di ville du quart d’heure, e per questa sua intraprendenza ecologista/urbanista nel 2024 il Financial Times l’ha inserita tra le 25 donne più influenti al mondo e il Time tra i cento most influential climate leaders in business.

«Ma non c’è solo Parigi. Grazie al programma Driving Urban Transitions, sono stati raccolti più di cento progetti in corso di realizzazione in Europa, pubblicati nel volume Mapping of 15-minute City Practices. Qualche esempio: in Scozia, c’è il piano d’azione del governo improntato al concetto di 20-minute territory e in Francia il progetto della presidente del consiglio regionale dell’Île-de-France, Valérie Precrésse, per realizzare entro il 2040 una région des 20 minutes. In Polonia il principio dei 15 minuti è stato adottato da Pleszew, cittadina di 15mila abitanti, dimostrando che questo non riguarda solo metropoli e grandi regioni», continua.

A Milano l’amministrazione comunale ha iniziato a parlarne nell’immediato post-Covid e ora il progetto di Nhood LOC – Loreto Open Community, vincitore del bando Reinventing Cities di C40, intende applicare il concetto dei 15 minuti per restituire alla città uno spazio – Piazzale Loreto – come luogo da vivere grazie a diversi servizi accessibili. E fuori dal nostro Continente? «Il Global Observatory of Sustainable Proximities ci consente di monitorare quanto avviene localmente in tutto il mondo», risponde.

«In Messico, Clara Brugada, responsabile del governo della Capitale, si è data come obiettivo la realizzazione di cento Utopias, ovvero spazi dedicati ad arte, sport, cultura e natura che rispettino il principio della raggiungibilità in 15 minuti, seguendo un progetto già avviato nella zona di Iztapalapa, da lei governata in precedenza; Verónica Delgadillo, nuova presidente di Guadalajara, la seconda città del Paese, ha annunciato lo sviluppo di un programma ispirato alla città dei 15 minuti che favorisca il cuidado, la cura. In Cile, il governatore della Capitale ha discusso con noi un programma di trasformazione dell’asse principale della città, la Alameda, lunga quasi otto chilometri. Negli Usa si sta lavorando in città come Cleveland e Seattle. E poi ci sono progetti a Montréal, in Canada, a Seoul e Busan, in Corea del Sud, a Sousse, in Tunisia».

A promuovere piani di sviluppo e progetti ispirati a questa idea sono spesso donne. «Non credo sia un caso. Da tempo il femminismo sottolinea come le città siano state costruite dagli uomini per gli uomini», commenta Moreno.

«Le donne che ricoprono ruoli di responsabilità nelle amministrazioni pubbliche mostrano una diversa sensibilità, una maggiore capacità di ascolto e il desiderio di realizzare città a misura di essere umano, che diano spazio al principio di cura. Penso certamente alla sindaca di Parigi, ma anche all’ex sindaca di Barcellona Ada Colau, a Susan Aitken che presiede il Glasgow City Council, alla sindaca di Utrecht, Sharon Dijksma, e alla sindaca di Montréal, Valérie Plante».

La mappa di Parigi.

Considerando le tempistiche, «a un cambio di paradigma di questa portata occorrono quelle necessarie a ideare e mettere in pratica nuovi piani urbanistici, che integrino azioni di breve, medio e lungo termine. Alcune iniziative possono essere realizzate subito, com’è accaduto a Parigi: aprire le scuole nel weekend, trasformare le strade davanti agli istituti in mini parchi pubblici, rendere più agevole l’apertura dei negozi alimentari, aumentare il numero di marciapiedi e ridurre quello delle auto. Altre, come la pianificazione di una diversa edilizia popolare in ogni quartiere, richiedono più tempo», osserva.

Il tema della casa, in effetti, è una delle emergenze principali delle città europee. «La crisi abitativa dev’essere al cuore delle politiche urbane di prossimità: occorre regolamentare il mercato degli affitti brevi perché non è pensabile che le case vengano sottratte a cittadini e studenti, così come a questi ultimi non può essere richiesto di riuscire negli studi se sono costretti a trascorrere ore sui mezzi di trasporto e a nutrirsi di cibo spazzatura».

Ma Moreno è ottimista: «Sono un ricercatore, il mio ruolo è immaginare e proporre idee che possano aiutare a migliorare lo status quo», risponde. «Altri prima di me, di noi, hanno usato la loro immaginazione per dare vita a quartieri d’affari, raggiungibili con estenuanti tragitti in auto, dove uomini – solo loro – si recavano ogni mattina per affrontare lunghe giornate di lavoro, per poi tornare la sera a casa, dove trovavano le mogli a occuparsi della vita domestica e dei figli. Ora che il mondo si è trasformato, spetta a noi mettere a punto soluzioni innovative. Se anche solo alcune di esse favorissero un cambiamento, sarebbe comunque un successo».

QUARTIERI ENTREPRENEURIAT TERRITOIRE INNOVATION, chaire-eti.org. LEGGERE “La città dei 15 minuti. Per una cultura urbana democratica” è il libro di Carlos Moreno, Add Editore, 18 €, su Amazon.

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