L’anno dei falchi: le banche centrali hanno alzato i tassi 137 volte. Quali rischi?
L’inflazione spinge le banche centrali globali a «stringere» la politica monetaria: tra le 26 maggiori, 22 hanno alzato i tassi in media di 3,75 punti
di Morya Longo
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I punti chiave
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Ci eravamo quasi convinti che le banche centrali avrebbero lasciato i tassi a zero, sotto zero o comunque ai minimi termini, per sempre. Qualcuno accarezzava l’idea che la monetizzazione del debito e la spesa pubblica da Bengodi potessero durare in eterno. «Sarà per sempre Natale», come cantava Lucio Dalla. «E festa tutto l’anno». Sembrava una «nuova» (e comoda) normalità. Ma era troppo bello per essere vero: il 2022, anno che ha risvegliato il fantasma dell’inflazione, ha regalato a tutti una doccia fredda. Improvvisamente quasi tutte le banche centrali del mondo hanno iniziato a rialzare i tassi d’interesse come se non ci fosse un domani.
Tassi alti e liquidità in calo
Chi oggi punta il dito sulla Bce e sulla presidentessa Christine Lagarde, “colpevole” di danneggiare Paesi come l’Italia con i suoi aumenti del costo del denaro, sappia che non è la sola: guardando le maggiori 26 banche centrali del mondo (dagli Stati Uniti alla Polonia), ben 22 quest’anno hanno alzato i tassi d’interesse. In totale l’hanno fatto 137 volte: in media 6,2 volte a testa, cioè - facendo un conto grossolano ma che rende l’idea - un mese sì e uno no. Tutte insieme hanno aumentato il costo del denaro in totale di 82,6 punti percentuali, il che significa 3,75 punti percentuali medi a testa.
Non solo: tante di loro hanno anche iniziato (o come la Bce hanno annunciato di farlo a breve) la riduzione del bilancio. Questo significa che stanno riducendo piano piano i titoli di Stato che avevano comprato durante le politiche ultra-espansive degli anni passati, drenando liquidità. Qui i numeri sono (per ora) piccoli, dato che molte banche centrali hanno appena iniziato la retromarcia o l’hanno solo annunciata. Ma ugualmente il trend è segnato: il bilancio della Federal Reserve Usa a gennaio ammontava a 8.750 miliardi di dollari, mentre ora è sceso a 8.580. Quello della Bce è aumentato, ma Christine Lagarde ha annunciato la riduzione a partire da marzo 2023.
E in generale la liquidità globale (misurata in dollari e guardando l’aggregato M2) , tra alti e bassi dovuti anche all’effetto cambio è calata dal massimo di 103.783 miliardi di dollari a 100.480: una riduzione di 3.300 miliardi di dollari. Ed è solo l’inizio. Tassi più alti e liquidità meno abbondante, insomma: è questa la medicina amara e globale che le banche centrali stanno somministrando per combattere il nuovo virus che si è propagato nel mondo. L’inflazione.
La grande stretta globale
Dopo circa 15 anni di tassi bassissimi e di «quantitative easing», giustificati dalla scomparsa dell’inflazione, il mondo è dunque improvvisamente cambiato nel 2022. Un po’ perché la domanda dei consumatori si è improvvisamente svegliata dopo i lockdown del 2020-21 e un po’ perché l’offerta di beni non è riuscita a stare al passo (a causa delle catene globali delle forniture a singhiozzo e di fabbriche non pronte a soddisfare una domanda esplosa improvvisamente) l’inflazione nel 2022 si è impennata ovunque. Sin da inizio anno. Sin dal 2021, in realtà. Quando poi la Russia ha invaso l’Ucraina a febbraio, causando la più grande crisi energetica degli ultimi decenni con prezzi del gas schizzati in alzo, il “pacchetto” è stato completato: l’inflazione ha raggiunto vette che non si vedevano dagli anni ’70. In molti Paesi (Europa e Italia incluse) a due cifre.
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